«Bastava prendere la via di mezzo ed evitare che diritti fondamentali come quelli dell'articolo 18 potessero essere messi in discussione dalle nuove regole». Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro, padre della legge che introdusse la flessibilità del lavoro nel 1997 e oggi senatore del Pd, apprezza il rinvio alle Camere del Capo dello Stato. «L'avevo detto anche a Raffaele Bonanni che così non poteva funzionare».

Cosa non funzionava?
Tre sono i punti che contesta il Quirinale. Il primo: la disorganicità della legge che è effettivamente eterogenea anche perché si è trascinata per anni in Parlamento. Non è una questione estetica ma di comprensibilità effettiva delle norme. L'altro tema è un arbitrato che può pregiudicare gravemente i diritti: perché questo avviene con la formula del giudizio secondo equità. In questo caso, infatti, l'arbitro può decidere svincolato da tutte le leggi e senza possibilità di appello. Terzo tema è che non ci può essere un arbitrato scelto tra singolo lavoratore e il suo datore di lavoro riguardante eventuali future controversie.

Il ministro Sacconi parla di un linguaggio pericoloso della sinistra politica e sindacale.
Certo non parla del Pd. E non di me che insieme a Gino Giugni scrissi di arbitrato prima ancora che Maurizio Sacconi si occupasse di queste materie. Continuo a pensare che è uno strumento che deve essere valorizzato ma senza compromettere diritti fondamentali. Come al solito, la maggioranza ha cercato le vie estreme e non quelle di mezzo perché tra il mantenere lo strumento inefficiente – conservando la possibilità di impugnazione in ogni caso – e bruciare i diritti con la formula dell'equità c'è una strada più ragionevole.

Una strada che evita l'attacco all'articolo 18?
Sì. La strada è quella di un arbitrato libero sulle materie rese disponibili dai contratti collettivi tranne che sui diritti fondamentali. È qui che è scoppiata la miccia dell'articolo 18: se lasci che l'arbitrato sia un giudizio secondo equità senza circoscrivere il terreno ai contratti collettivi, non solo si può insidiare l'articolo 18 ma anche altri diritti come l'orario di lavoro.

Ma c'è un avviso comune, non firmato dalla Cgil, che proteggeva i lavoratori sull'articolo 18.
Ma è un accordo che non coinvolge tutti i lavoratori. Non è efficace erga omnes, per questa ragione è necessaria una legge. Il ministro ora dice che la farà? Bene, siamo aperti a discuterne.

 

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