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Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2011 alle ore 12:49.

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Damasco sono tre città: quella bellissima dentro le antiche mura, quella borghese moderna, che ricorda la Francia e la periferia anni 70, fatta di case prefabbricate e prospettive Lenin. La città è come lo specchio dell'economia siriana: un passato di grandi mercanti scomparsi, una classe media marginale, riforme trattenute da una vocazione socialista per i piani quinquennali.
La Siria non è la Libia con il suo petrolio per noi così essenziale; non è l'Egitto del quale siamo un partner commerciale fondamentale. Non è una cassaforte energetica mondiale come l'Arabia Saudita né un Paese che ha saputo sfruttare le sue potenzialità naturali: se il vicino Libano è un piccolo Paese di grandi mercanti, la Siria dovrebbe essere un grande Paese di grandi mercanti. Invece, come spiega Franco Zallio in uno studio pubblicato dal German Marshall Fund, l'economia è sempre stata una conseguenza della geopolitica: l'adesione al blocco sovietico durante la Guerra Fredda, i conflitti con Israele, quelli vicini fra arabi e ora l'Iran, del quale è l'unico alleato nella regione, hanno sempre garantito flussi finanziari politicamente motivati «che hanno permesso alla Siria di rinviare le riforme economiche».

Non meritando citazioni le finte modernizzazioni di Hafez Assad, la storia delle riforme economiche siriane incomincia con la "Primavera di Damasco" del 2001, dopo che Bashar prese il posto del padre alla guida del Paese. Il primo passo fu l'apertura delle banche private. Le cose non andarono come era stato promesso: oggi non esistono più di 14 istituti di credito. Solo otto anni dopo l'inizio delle riforme, nel 2009, sono state approvate le banche d'investimento ma il capitale minimo richiesto è così elevato che scoraggia gli investitori stranieri. Solo dal 2003 i siriani possono tenere in tasca valuta straniera. E solo l'anno scorso l'interscambio fra Italia e Siria ha raggiunto i 2,3 miliardi di euro (più 102,7% rispetto all'anno precedente) soprattutto a causa dell'aumento del costo del petrolio. La Siria ancora esporta un po' del suo petrolio che si sta prosciugando rapidamente: produceva 600mila barili nel 1995, meno di 400mila nel 2008.

Probabilmente il giovane Bashar Assad era un riformatore vero. Ma dal padre ha ereditato un apparato politico, poliziesco e militare incapace di profonde riforme. Il Piano quinquennale 2006-10, approvato dopo il decimo congresso del partito Baath del 2005 (la terminologia è ancora molto sovietica), ha prodotto un'"economia di mercato sociale" che comunque ha incentivato segni d'iniziativa privata soprattutto nella piccola industria. Nell'ultimo decennio gli investimenti internazionali sono passati da 1,2 a 7,3 miliardi di dollari. Cina e Turchia sono diventati partner importanti. Ma sono gli scambi con l'Unione europea che farebbero la differenza. Ma qui, come con gli Stati Uniti, è la geopolitica della Siria che impedisce significativi passi avanti.
Se dunque la Siria sprofondasse nel caos, i mercati regionali e mondiali faticherebbero a registrarne le scosse. Niente di paragonabile con le conseguenze della paralisi egiziana e libica. Ma politicamente per la regione sarebbe un terremoto. L'Iran e gli Hezbollah sciiti del Libano perderebbero l'unico alleato in Medio Oriente; nella Striscia di Gaza Hamas perderebbe l'arsenale dal quale si rifornisce di armi e appoggio politico; Israele perderebbe un nemico affidabile - dalla frontiera siriana non si spara un colpo e non s'infiltrano guerriglieri da circa 40 anni - ma avrebbe un altro vicino dal futuro imprevedibile.

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