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Questo articolo è stato pubblicato il 12 aprile 2011 alle ore 09:00.
L'ultima modifica è del 12 aprile 2011 alle ore 09:01.

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La giustizia è una macchina delicata. Il suo buon funzionamento condiziona l'effettività nella tutela dei diritti: se non c'è accesso a meccanismi di tutela giudiziaria efficienti il diritto rimane sulla carta. Condiziona la reale eguaglianza fra i cittadini, tradita se l'applicazione della legge "uguale per tutti" non è la stessa da un luogo a un altro, da un imputato a un altro, per abbienti e meno abbienti, per cittadini e stranieri, per potenti e per uomini e donne comuni. Condiziona la "vivibilità" dell'ambiente sociale ed economico: se un'impresa sa di non poter contare su una risoluzione tempestiva delle controversie economiche, su un rapido recupero dei crediti, su una protezione nei confronti del sopruso, vive nell'incertezza ed è spinta ad allontanarsi o a immergersi nella zona di confine fra legalità e illegalità.

A loro volta sono condizioni di una giustizia efficace una legislazione chiara e trasparente, una garanzia di piena indipendenza e d'imparzialità dei giudici, risorse sufficienti, livelli soddisfacenti di professionalità e di equilibrio e un adeguato controllo sociale, professionale e istituzionale sui magistrati e sugli altri operatori. In Italia la legislazione è spesso foriera d'incertezze e difformi interpretazioni; le risorse sono insufficienti o mal distribuite; le leggi processuali apprestano molteplici strumenti atti a correggere errori e abusi, ma troppi appaiono i segnali di carenze, disfunzioni o veri e propri arbitri, che sembrano dare ragione all'opinione dell'Azzeccagarbugli, secondo cui «le grida (le leggi), a saperle maneggiare, nessuno è reo e nessuno è innocente». Più che efficienti controlli (anche dell'opinione pubblica) si manifestano furori partigiani che coinvolgono la giustizia nei riti tribali della tifoseria da stadio (il "partito dei giudici" e "il partito dei politici contro i giudici"; "giustizialisti" contro "garantisti"). La Costituzione appresta un insieme di principi e un sistema organizzativo che in sé assicurano indipendenza e imparzialità del giudiziario, e accesso di tutti alla giustizia. È singolare che intendimenti ed energie politiche vengano rivolti, anziché alla migliore attuazione di questi principi e istituti, al tentativo di mettere sotto controllo politico il potere giudiziario, col risultato di rafforzare un clima di assedio, di alimentare le difese corporative, di distrarre da ciò che sarebbe necessario per migliorare il servizio giustizia.

Arena delle ricorrenti corride è specialmente il processo penale, regolato dall'unico fra i grandi codici ereditati dal fascismo che è stato interamente riscritto, alla fine degli anni 80, con l'apporto dei nostri migliori ingegni (da Gian Domenico Pisapia a Giuliano Vassalli, per fare solo due nomi). Da allora, sono intervenute decine di modifiche legislative; decine di pronunce della Corte costituzionale; controversie interpretative in abbondanza; persino un'integrazione della Costituzione approvata a larga maggioranza (le norme sul cosiddetto giusto processo). Risultato? La forte denuncia e il grido d'allarme che emergono, da ultimo, nei servizi e nelle inchieste di Donatella Stasio su questo giornale (si veda Il Sole del 10 aprile) riflettono un quadro sconfortante. Carenze organizzative, difetti culturali, spinte corporative di categorie professionali concorrono a questo lamentevole esito.

Ogni sistema legale e processuale si regge su delicati equilibri - nel caso del processo penale fra istanze di efficienza degli strumenti d'indagine e dei giudizi e istanze di garanzia del fondamentale diritto di difesa dell'accusato: ma anche sulle condizioni organizzative degli apparati dedicati. Ma se vogliamo individuare la maggior responsabilità (non l'unica) della politica, è proprio quella di avere rivolto le maggiori energie agli obiettivi sbagliati. Prendiamo il tema della "ragionevole durata" dei processi, che formalmente sta nel titolo del provvedimento oggi all'esame della Camera. Sembra evidente che la proverbiale eccessiva lunghezza dei procedimenti italiani debba essere rimediata rendendo la giustizia più efficiente. Ma se l'obiettivo principale, sia pure non confessato, è quello di trovare comunque marchingegni adatti a far estinguere alcuni procedimenti ben individuati (essendo nel frattempo falliti in tutto o in parte i numerosi altri tentativi compiuti, con le leggi sulle immunità delle alte cariche, sulle rogatorie, sul "legittimo sospetto", sul "legittimo impedimento") è palese che lo sforzo legislativo sbaglia bersaglio.

Si obietta che si tratta di difendere la politica da indebiti tentativi di usare la giustizia per conseguire risultati politici, o da iniziative persecutorie o "accanimenti giudiziari" nei confronti di un soggetto. Ma, anche se l'obiezione avesse un fondamento in fatto (da dimostrare comunque caso per caso: non si può fare di ogni erba un fascio) la risposta resterebbe sbagliata. Certo, accade talora che leggi vengano modificate sull'onda e sotto l'influsso di casi concreti (anche se, in generale, la legge dovrebbe sempre guardare alla esigenze generali, non alle vicende individuali). Ma è comunque sbagliata la risposta che, per provvedere a un caso particolare, produce un danno in generale. Ad esempio, abbreviare ulteriormente per intere categorie di reati e di accusati i termini di prescrizione (dopo che lo si è già fatto nel 2005, e dopo aver inventato, per poi abbandonarla, un'inedita "prescrizione dei processi"), con l'effetto di provocare la cancellazione di altri procedimenti, e quindi un esito finale di denegata giustizia penale, non è certo un buon modo di servire l'interesse generale. Anche se fosse vero che si vuole rispondere a un eccesso o a un abuso, in casi concreti da dimostrare, degli organi della pubblica accusa. È come se, per rimediare a un'infezione localizzata in un dito, anziché ricorrere alla cura giusta nel caso, si amputasse il braccio o si uccidesse addirittura il malato.

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