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Questo articolo è stato pubblicato il 14 giugno 2011 alle ore 07:40.
L'ultima modifica è del 14 giugno 2011 alle ore 08:46.

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ROMA - Non ci riproveremo tanto presto, promette implicitamente il premier Silvio Berlusconi. Che ha deciso di fare di più, a urne ancora aperte. Procurandosi inevitabili polemiche per presunta turbativa di voto: largo alle rinnovabili, all'efficienza energetica, al riequilibrio delle fonti. Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, anche lei nuclearista della prima ora, si accodava: apprezza e sottoscrive. I mercati erano già allertati. Pronti a scattare con un premio alle imprese che operano nell'energia verde.

Buon per l'Enel, che proprio mentre veniva formalizzata la cancellazione del ritorno all'atomo e quindi del suo piano per coprire insieme all'alleata francese Edf almeno la metà del nostro piano nucleare (che doveva valere il 25% della produzione elettrica nazionale da qui al 2030) ha visto premiare da Piazza Affari la sua Enel Green Power con un balzo di quasi il 3% per poi ridimensionare all'1,41 il guadagno in chiusura. Ma anche A2A ha guadagnato l'1,63%, mentre balzi più consistenti hanno registrato produttori di energia da rinnovabili o holding e investment company ad essi legate fra cui K.R. Energy (15,62%), ErgyCapital (14,24%), Kerself (14,04%). In salita anche Eems (7,84%) e Falk Renewable (1,51%).

E che dire, per parlare di guai piccoli piccoli, dell'impatto a breve del sì sul sistema energetico nazionale? Nulla da smantellare e nulla di nuovo da chiudere, a parte le vecchie centrali nucleari già dismesse con il precedente referendum antiatomo del 1987. Centrali che sono lì, addormentate ma ancora dotate di gran parte delle vecchie strutture che non riusciamo ancora a smontare nonostante i fiumi di denari spesi in 25 anni di "missione".

Magra consolazione dopo l'esito referendario di ieri. Ma ecco il problema imminente, non meno imbarazzante. Il sì ha prodotto un effetto collaterale. Abrogando la possibilità che il Governo ci riprovi con l'atomo, si è abrogato anche l'obbligo di assolvere all'impegno pluridecennale da tutti auspicato, a destra e a sinistra: l'allestimento entro un anno del Piano energetico nazionale che deve dare finalmente un equilibrio coerente ai sussidi per le rinnovabili, al potenziamento delle infrastrutture, alla promozione della ricerca di settore, alla creazione di un vero mercato di prodotti e servizi energetici.

Magari non per tentare di aprire un nuovo varco all'atomo ma semmai per ripristinare un percorso verso il Piano energetico il Governo dovrà comunque tornare a legiferare sulla materia, a breve. Con quali criteri guida?
Ulteriore potenziamento delle infrastrutture del gas (rete e rigassificatori) consolidando l'apertura del mercato; equilibrio nella promozione delle rinnovabili amalgamando meglio le fonti (il fotovoltaico che ha appena avuto il "quarto conto energia" ma anche eolico, geotermico, biomasse); un pacchetto di obblighi-incentivi per le reti elettriche intelligenti per assecondare il mix tra rinnovabili e energie tradizionali sviluppando la generazione distribuita. Questi i capitoli dell'atteso "Piano" energetico che dovrebbe scaturire (lo aveva promesso il ministro dello Sviluppo Paolo Romani) da una Conferenza nazionale da preparare al rientro dalla pausa estiva per tenersi «improrogabilmente» entro fine anno.

Accanto a tutto ciò ci sono due illustri convitati obbligatori. Uno denso di speranze, l'altro decisamente scomodo. Il primo: la ricerca sul nucleare di prossima generazione, senza la quale saremmo «un'appendice turistica del mondo avanzato» ammonisce Umberto Veronesi, neopresidente di quell'Agenzia per la sicurezza nucleare che ora non si sa che fine farà. Il secondo convitato? Il "piano", appunto, per lo smantellamento del nostro vecchio nucleare. Missione cronicamente riradataria, nonostante un quarto di secolo sia passato e i copiosi denari stanziati.

E qui, sull'onda del sì referendario, un problema nel problema. Osservano infatti gli esperti che i nuovi finanziamenti necessari alla Sogin, la società pubblica che tra mille ritardi gestisce l'operazione, dovevano arrivare proprio dagli oneri sulle autorizzazioni del "nuovo" nucleare previsti dal fondo per il decomissioning istituito dai provvedimenti collegati al nuovo piano nucleare. Tutti provvedimenti passati in un modo o nell'altro a miglior vita. Insomma: per dare coerenza allo scenario energetico del "dopo" referendum ci sarà da lavorare non poco.

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