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Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2011 alle ore 08:20.
L'ultima modifica è del 26 agosto 2011 alle ore 09:27.

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Abdel Salam Jalloud, un tempo braccio destro di Gheddafi, buon amico di Andreotti, vecchia conoscenza di famiglia del presidente dell'Eni, molti anni fa spiegava ai giornalisti le tre cose giuste fatte dal Colonnello quando era salito al potere: «Chiudere le basi americane e inglesi, nazionalizzare il petrolio e cacciare gli italiani». Lo ascoltavamo senza ovviamente immaginare che il compagno di scuola del raìs sarebbe diventato, un giorno, il nostro uomo nella nuova Libia.

Jalloud in queste ore convulse ha confidato agli amici italiani di aver svolto un ruolo, per conto del Cnt di Bengasi, nella sollevazione di Tripoli e di voler fondare adesso un partito «liberale». Ha avvertito però che i Fratelli Musulmani, sponsorizzati dal Qatar, sono molto ben organizzati, mentre il presidente del Cnt Jalil, è troppo legato a logiche tribali e il premier Jibril, incontrato ieri da Berlusconi, è onesto ma con poco carisma.

I libici sono, in ogni senso, sorprendenti: un anno fa, quando i suoi purosangue berberi sfilavano a Tor di Quinto e il Colonnello si preparava a convertire all'Islam delle avvenenti hostess, non avremmo potuto credere che sarebbe stata l'ultima volta. Sembrava il nostro più solido socio in affari, che grazie al petrolio, si poteva permettere qualunque stramba carnevalata. Ma quando ha cominciato a sparare sulla folla di Bengasi non abbiamo saputo tenerlo a bada: trascinati dai francesi e dalla Nato, siamo stati costretti a bombardarlo. Qualcuno se ne ricorderà: ma noi siamo maestri di realpolitik e come clienti affezionati della Libia speriamo di ottenere uno sconto sul passato dai nuovi gestori del barile.

Il "manuale Jalloud", sintetico e flessibile, può tornare utile per leggere gli eventi libici. Ci lega a Tripoli il cordone ombelicale del Greenstream, il gasdotto dell'Eni - e a nessuno verrebbe in mente di deviarne i tubi - la capacità di estrarre petrolio e la speranza di poterlo fare anche in Cirenaica, la vera posta in gioco dove sono sotterrate l'80% delle riserve: in mano abbiamo quote azionarie libiche in banche e società, quindi potremmo rientrare, almeno in parte, nel caso non venissero rispettati i vecchi accordi. Un altro discorso è la questione della sicurezza delle coste e del controllo dei clandestini: i nuovi signori di Tripoli dovranno dimostrare di tenere in pugno un Paese grande dieci volte l'Italia.

È evidente che la Libia, in qualunque stagione della storia recente, è stata una scommessa ad alto rischio: la sponda Sud ha sempre buttato lacrime, sangue e petrolio. Ci fu l'avventura coloniale italiana, cominciata nel 1911, poi nel dopoguerra arrivarono gli inglesi, portandosi via tutto il petrolio possibile prima che cadesse il re, e ora gli europei ci riprovano a vincere la partita, senza mettere il piede a terra, per carità.
Per questo si stanno inventando un Governo, rappresentato dai maggiorenti di Bengasi, nel quale riversare qualche manciata di miliardi di dollari: un mondo di ex ministri e funzionari del Colonnello che si sono rifatti velocemente una fedina democratica. Saranno loro gli interlocutori di domani?

Siamo in mano ai libici e non sappiamo davvero quali. Gheddafi se ne va sollevando sulle macerie del Paese un turbinio di polvere: qui non ci sono istituzioni o partiti e il simulacro di una società civile negli ultimi giorni si è inabissato persino negli ospedali della capitale dove sono rimasti al loro posto soltanto i paramedici filippini. Dimentichiamo troppo facilmente che la repubblica di Gheddafi si reggeva quotidianamente sul lavoro di oltre due milioni di stranieri.
La Libia viva e feroce, che appare nelle strade e nelle immagini, è quella degli shebab, dei clan e delle tribù in armi, dei berberi, al loro appuntamento con la storia: un libico su tre ha meno di 15 anni, il 30% dei giovani sotto i 25 anni, alla vigilia della guerra, non aveva un lavoro e questo accade nel Paese più ricco del Nordafrica, con un Pil pro capite che surclassa quello egiziano o tunisino.
Ma noi europei, favoriti dall'aria frizzante delle conferenze internazionali, preferiamo puntare su un plotone di ex cacicchi del Colonnello, un po' di ancien régime e di dosata novità, in un mix che deve garantirci petrolio e stabilità: non lamentiamoci se avremo altre sorprese e un giorno qualcuno alzerà il pugno per fare anche lui «tre cose giuste», come ricordava Jalloud in un lontano passato ancora duro a morire.

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