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Questo articolo è stato pubblicato il 30 ottobre 2011 alle ore 13:48.
L'ultima modifica è del 30 ottobre 2011 alle ore 14:24.

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Sono bastate poche ore dopo il vertice europeo di giovedì per capire che il Governo italiano non potrà gestire l'emergenza del debito con confusione e indolenza. La reazione dei mercati è stata infatti scoraggiante. I rendimenti dei titoli sono saliti venerdì a un livello inatteso ed oneroso.

Al Governo non sarà possibile nemmeno usare una retorica anti-europea, come ha fatto ieri il presidente Berlusconi, o liquidare la pressione dei partner con l'arroganza di Nicolas Sarkozy o la testardaggine di Angela Merkel. Come è noto, infatti, sono in corso trattative globali per coinvolgere il Fondo monetario internazionale nella rete di sicurezza dietro Italia e Spagna. Al G20 di Cannes, asiatici e americani discuteranno di debito italiano e decideranno in ragione della nostra credibilità se vale la pena attrezzare le difese e rafforzare il capitale del Fmi.

Non sono rimasti dunque margini retorici. È piuttosto il momento di chiedersi se non sia lo stesso destino del Governo - e non solo la sua azione futura - a essere uscito trasformato dagli accordi europei.
La decisione più importante presa a Bruxelles è stata la dotazione del Fondo di stabilità (Efsf) delle risorse per sostenere i Paesi attaccati dai mercati. Non appena i dettagli tecnici saranno definiti, l'Efsf potrà sostituire la Banca centrale europea nell'acquisto dei titoli pubblici italiani. E' un passaggio essenziale per liberare la Bce da compiti fiscali e consentirle senza troppe riserve politiche anche di tagliare i tassi d'interesse. La Bce potrà continuare ad acquistare titoli, ma con l'unica motivazione di rendere stabili le condizioni finanziarie nell'euro area e senza l'onere di decidere in base al proprio giudizio sull'adeguatezza dell'azione del Governo italiano.

Questo compito di "agente politico" spetterà infatti all'Efsf. Leggendo le linee guida del Fondo di stabilità, si capisce che l'Italia potrà evitare di chiedere un "programma di assistenza" del tipo a cui si sono sottoposti Grecia, Irlanda e Portogallo. Tuttavia la cessione di sovranità a cui l'Italia va incontro - poichè è ovvio che avrà necessità di sostegno per contenere i tassi d'interesse dei titoli pubblici, come ne ha avuto da agosto a oggi - è perfino più pesante.

Il programma di acquisto dei titoli da parte dell'Efsf infatti non avviene più dietro condizioni espresse da lettere della Bce più o meno segrete, ma attraverso un memorandum d'intesa che viene firmato dal capo del Governo, e che riporta un programma di riforme preparato a Bruxelles in uno-due giorni, per essere poi sottoposto all'approvazione unanime dei Governi dell'euro area e infine votato da alcuni Parlamenti. La Corte costituzionale tedesca proprio venerdì ha sentenziato che ogni decisione operativa del Fondo di stabilità andrà votata dal Bundestag in seduta plenaria. Una scena impressionante: i parlamentari tedeschi che decidono che cosa fare delle pensioni, delle patrimoniali o delle privatizzazioni italiane. Lo faranno per buoni motivi, in fondo ci staranno aiutando, ma avendo riguardo primariamente a rendere l'Italia fiscalmente non pericolosa. Se il risanamento crea sofferenza sociale o depressione economica sarà se va bene solo un secondo o terzo pensiero.

Il passaggio dalla Bce all'Efsf segnerà dunque il vero commissariamento italiano. Un passaggio che francamente sembra inevitabile, e che quindi andrebbe preparato in modo che il piano d'azione su cui voterà perfino il Bundestag sia quantomeno scritto in Italia, in accordo con Bruxelles. Nei programmi di assistenza di Irlanda, Portogallo e Grecia, le autorità internazionali hanno imposto l'approvazione bipartisan dei piani di riforma. La Spagna, pur fuori dall'assistenza, ha raggiunto un accordo tra maggioranza e opposizione, depoliticizzando a tal punto il Governo di questi mesi da garantirne l'uscita di scena convocando nuove elezioni. E' abbastanza evidente che il programma di emergenza di un Governo commissariato non può essere di parte, ma deve trovare il Paese unito e solidale. Questo è probabilmente quello che intendeva il Governo tedesco augurandosi che prevalesse la linea del presidente Napolitano. L'unità del Paese dietro il programma d'emergenza è una garanzia essenziale per la sua realizzazione.
Prima il Paese si prepara e prima è possibile che il programma di riforme non sia scritto a Bruxelles in uno o due giorni, o peggio a Berlino, bensì in Italia con la dovuta considerazione per tutti i problemi del Paese.

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