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Questo articolo è stato pubblicato il 17 febbraio 2012 alle ore 08:20.
L'ultima modifica è del 17 febbraio 2012 alle ore 08:52.

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Sul Sole del 10 febbraio Mauro Ceruti e Stefano Paleari, accademico e autorevole esponente del Pd il primo, rettore di Bergamo nonché segretario generale della Crui il secondo, propongono un modello di gestione dell'Università italiana fondato su "un quadro di regole", generali e snelle, all'interno del quale gli atenei possano competere e soprattutto collaborare.

Lo Stato, per parte sua, rinuncerebbe a gestire per impegnarsi invece a regolare con mano abbastanza leggera, per esempio lasciando libertà di manovra sulla remunerazione dei docenti o limitandosi a fissare un tetto massimo per le rette. Si tratta di un modello attraente, del quale però gli autori non mettono in luce i presupposti indispensabili per renderlo praticabile. Il modello che Ceruti e Paleari propugnano è nei fatti quello britannico, dove lo Stato autorizza sì gli atenei a operare e li valuta periodicamente, ma poi nulla prescrive su come debbano essere gestiti, men che meno per quanto riguarda il reclutamento e il trattamento economico dei professori e, appunto, determina il limite massimo per la contribuzione studentesca.

È uno schema di tipo contrattualistico, in cui le Università accettano le regole e la valutazione solo se vogliono accedere ai finanziamenti pubblici, restando in teoria libere di ignorare le une e l'altra se ritengono di potersi finanziare da sole. Quel modello si regge su un presupposto fondamentale: le Università del Regno Unito sono fondazioni private riconosciute dallo Stato, non organismi di diritto pubblico come le loro consorelle italiane. Ne consegue ovviamente che, in quel Paese, i docenti non sono funzionari pubblici e la loro carriera si svolge invece nel rispetto di un contratto di riferimento concordato tra le parti a livello nazionale (i rettori da un lato, i sindacati di settore dall'altro) che viene poi declinato con flessibilità sede per sede e caso per caso: tanto flessibile, infatti, da permettere lo sviluppo di un sistema terziario articolato in oltre 300 istituzioni diversissime tra loro, alcune delle quali svettano nelle classifiche internazionali della ricerca, altre offrono una risposta concreta alla richiesta crescente di formazione continua, altre ancora combinano didattica e ricerca.

Modello per molti aspetti attraente, si diceva, ma impossibile da esportare a pezzi illudendosi che esistano scorciatoie: il sistema tolemaico e quello copernicano non sono compatibili. All'interno del primo si possono introdurre correttivi e migliorie, senza per questo vederlo trasformare nel suo opposto. L'Università fatta di dipendenti pubblici impone che sia la legge a regolare minuziosamente le forme di reclutamento e promozione, gli stipendi, gli scatti premiali, le afferenze e mille altri dettagli che nelle realtà "copernicane" sono assolutamente slegate dalla legislazione nazionale.

Davvero si potrebbe lasciare discrezionalità retributiva agli atenei in un sistema come il nostro, dove sono ancora sub iudice concorsi vecchi di vent'anni, e dove i professori ricorrono al Tar anche solo per lo spostamento da un ufficio a un altro, o (è appena successo), per il cambio di denominazione di una facoltà? Dove contratti di pochi euro sono soggetti al visto preventivo della Corte dei Conti neppure regionale, ma nazionale? O dove il primo dei due regolamenti sull'abilitazione scientifica, di carattere logistico e organizzativo, è approdato in Gazzetta undici mesi dopo il varo da parte del Governo, essenzialmente perché gli organi di controllo trovavano inaccettabile, correndo l'anno 2011, che le pubblicazioni dovessero essere trasmesse solo in formato elettronico? (Nel resto del mondo le pubblicazioni, in genere, neppure si mandano: esistono le biblioteche). L'alternativa, va detto subito, non è un Far West deregolato e selvaggio: i diritti e le tutele dei docenti, per citare solo il tema più delicato, sono il cuore di qualunque sistema universitario, anche il più flessibile e deregolato.

Il dibattito che ha accompagnato la gestazione e il varo della riforma dell'Università nel 2008-2010 ha messo da parte questo spinosissimo problema di fondo, preferendo enfatizzare, soprattutto per esigenze di visibilità politica, soluzioni divergenti su singoli punti, ma tutte ancorate a un paradigma teorico che era esattamente lo stesso sia nel disegno di legge del Governo che in quello del Pd. C'erano, e in parte permangono, validi argomenti per ritenere che l'Università italiana non fosse pronta al big bang, primo fra tutti l'assenza, fino a poco tempo fa, di strumenti e meccanismi per la valutazione dei risultati. Prima o poi bisognerà però decidere, come Paese, se pensiamo che un sistema universitario e della ricerca qualificato, multiforme e dinamico come il nostro possa davvero fiorire e competere al meglio a livello internazionale restando ingessato in un sistema di regole che vanta origini nobili ma nel complesso datate.

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