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Questo articolo è stato pubblicato il 24 agosto 2012 alle ore 08:10.

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Non ha torto Dario Braga (L'irresistibile tentazione al ricorso, ne Il Sole 24 Ore del 19 agosto) quando denuncia l'eccessivo espandersi del ricorso ai giudici amministrativi per contestare decisioni "valutative" nel campo universitario, compiute dagli organi accademici o dagli organi tecnici espressi dalle rispettive comunità scientifiche, attengano esse al reclutamento di nuovi docenti o al finanziamento di programmi di ricerca o all'organizzazione della didattica; e anche il rischio che regolamenti e procedure siano resi complicati e bizantini dall'esigenza di prevenire (peraltro invano) i ricorsi.
Questo eccesso di giurisdizionalizzazione delle procedure di valutazione scientifica rischia di colpire a morte anche il prezioso principio, sancito dalla Costituzione, della autonomia delle Università e della scienza, come accadrebbe se i docenti fossero messi in cattedra dai giudici amministrativi e non dai loro "pari", esponenti della comunità scientifica.

Però occorre anzitutto domandarsi se una causa importante di questa deriva non stia talvolta, o spesso, nel fatto che gli organi e gli esponenti accademici adottino comportamenti ispirati più all'esercizio del potere a vantaggio dei propri amici, che allo sforzo di valutare serenamente ed in modo equanime.
Inoltre la denuncia di questi eccessi non può portare ad avallare qualunque decisione, anche la più irragionevole, magari nel timore che si blocchino procedure (come le abilitazioni scientifiche nazionali) il cui compimento è certamente nell'interesse dell'intera comunità universitaria e prima di tutto dei tanti studiosi che operano nelle Università, e che da troppo tempo, per carenza di risorse, ma più ancora per mancanza di un quadro normativo e amministrativo stabile, non riescono a vedere ragionevoli chances di carriera. Se cioè una decisione contrasta gravemente con principi di legalità e di eguaglianza, non la si può lasciar correre solo perché "l'ottimo è nemico del bene"; e non è affatto detto, inoltre, che la sacrosanta contestazione anche giudiziaria debba per forza "bloccare tutto" .

È questo il caso del ricorso che l'Associazione Italiana dei costituzionalisti ha proposto contro una particolare clausola del recente decreto ministeriale sulle abilitazioni, la quale prevede che fra gli indicatori della produzione scientifica nei settori cosiddetti "non bibliometrici" delle scienze umane (adottati per scegliere i commissari e per valutare i candidati all'abilitazione) vi sia il numero di scritti pubblicati non già su qualsiasi rivista scientifica, ma solo su quelle riviste che l'ANVUR (l'Agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca) abbia collocato in una "classe A", destinata a raggruppare le riviste "di eccellenza". Collocato, si badi, adesso, mentre al momento della pubblicazione degli scritti da valutare (risalenti ai dieci anni anteriori all'apertura della procedura) nessuna classificazione esisteva e nessuna rivista era chiamata ad adottare metodi e criteri che la rendessero idonea ad essere collocata in classe A.

Questa sostanziale "retroattività" del ranking delle riviste è stata denunciata nel ricorso come illegittima e irragionevole. Ma è ovvio che l'annullamento (o comunque la non applicazione) della clausola concernente l'indicatore di produzione scientifica in questione lascerebbe per il resto integra la procedura e non avrebbe alcun effetto di "blocco" delle abilitazioni. Ed è questa la ragione sostanziale per la quale l'Associazione ha avuto cura di circoscrivere attentamente la portata del proprio ricorso, senza cedere alla "irresistibile tentazione" di porre in sede giudiziaria tante altre questioni che pur sono state o avrebbero potuto essere sollevate.

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