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Questo articolo è stato pubblicato il 04 dicembre 2012 alle ore 08:05.

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La macchina amministrativa delle Regioni è al centro di una nuova inchiesta del Sole-24 Ore che comincia oggi con i casi di Lombardia e Puglia: una Regione governata dal centro-destra, prossima alle elezioni, e un'altra retta dal centro-sinistra.

L'alta dirigenza regionale gode in Italia di poteri sempre più ampi e diffusi: mette in pratica le delibere del consiglio su indicazione della giunta e gestisce l'intera attività amministrativa, dai bandi di gara ai contratti, dalle maggiorazioni tariffarie agli accreditamenti delle strutture sanitarie; senza contare le delibere, gli atti, i pareri, le decisioni, le autorizzazioni, delle cui lentezze e astrusità sono spesso vittime cittadini e imprese. Un viaggio inchiesta nelle inefficienze dei processi amministativi e nei sistemi di reclutamento di quelli che abbiamo definito i Regioburocrati, i burocrati che agiscono al servizio di governatori-sovrani.
Con l'avvento della figura del governatore-demiurgo, emerso dalla legge Bassanini e dalla riforma del titolo V della Costituzione, la stagione della devoluzione dei poteri alle Regioni e della sussidiarietà ha trasformato radicalmente la casta dei burocrati. L'indipendenza e la terzietà dei tecnocrati, sempre predicata ma raramente praticata, sono state definitivamente compromesse.

Al loro posto, la chiamata diretta del governatore legittimata da concorsi con criteri tanto discrezionali da rendere decisivo il gradimento del vertice politico. Un'ipocrisia e un alibi in meno per i presidenti delle Regioni, che spesso hanno addossato ai Regioburocrati le inefficienze e il malfunzionamento della macchina amministrativa. Allo stesso tempo l'apparente vantaggio assume le forme di una dipendenza e sottomissione che omologa il pensiero e l'azione di due figure – i politici e l'alta dirigenza – con caratteristiche e obiettivi che dovrebbero rimanere fortemente complementari.

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