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Questo articolo è stato pubblicato il 05 dicembre 2012 alle ore 08:00.

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L'ente elettrico pubblico, nato nel dicembre 1962, venne partorito dopo una complessa gestazione.

I socialisti di Nenni avevano posto la nazionalizzazione come condizione pregiudiziale per entrare in una nuova maggioranza parlamentare; la Dc di Moro, orientatasi verso l'"apertura a sinistra" (pur con molti mal di pancia tra le sue file) per isolare il partito comunista, puntava sull'"irizzazione", giacchè deteneva le chiavi delle partecipazioni statali; Ugo La Malfa riteneva la nazionalizzazione del settore elettrico essenziale per ridurre il dualismo Nord-Sud, in base alla politica di programmazione economica da lui enunciata dopo il varo del IV governo Fanfani. E se il vertice della Confindustria era schierato a difesa dei principali gruppi privati, la Fiat e la Montecatini avevano invece visto di buon occhio il loro passaggio sotto l'egida dello Stato sperando che così si sarebbe ridotta la "bolletta energetica". A sua volta Mediobanca aveva proposto una soluzione di compromesso per evitare che il drenaggio di liquidità necessario per indennizzare le società elettriche impoverisse il mercato finanziario e rendesse anche più difficile il collocamento dei titoli pubblici.

Alla stretta decisiva era stato il governatore di Bankitalia Guido Carli a trovare la "quadra", stabilendo in 2.200 miliardi (compresi gli interessi) gli indennizzi da corrispondere, in venti rate semestrali, alle imprese da nazionalizzare. Pensava infatti che quelle di maggior stazza li avrebbero reinvestiti in nuovi settori produttivi e che in tal modo si sarebbero anche riequilibrati i rapporti di forza fra mano pubblica e privata.
Perciò l'Enel venne tenuto a battesimo con un fardello di conti da saldare, ma senza alcun fondo di dotazione, e con un compito altrettanto pesante. Si trattava di uniformare materiali e criteri di gestione di un sistema elettrico estremamente frazionato, assicurare la copertura di quasi l'intero fabbisogno nazionale, moltiplicare gli impianti termoelettrici, estendere le reti di distribuzione alle più sperdute località del Sud ancora sprovviste di luce ed energia, e garantire la continuità e l'efficienza del servizio elettrico a minimi costi.

Di fatto, se l'Enel riuscì a raggiungere gli obiettivi fissati dal legislatore, ciò avvenne a prezzo di un suo crescente indebitamento che, negli anni Settanta e all'inizio del decennio successivo, toccò vette quanto mai elevate. Non soltanto a causa di due impennate dei prezzi petroliferi e di una lunga stagflazione, ma anche delle consistenti agevolazioni tariffarie a favore dell'utenza domestica, stabilite dal governo per disinnescare i conflitti sociali sulla redistribuzione del reddito, ma senza l'indicazione di un preciso "tetto" al riguardo. Tant'è che la Corte dei conti segnalò il rischio di un dissesto finanziario di quello che appariva ormai un "colosso dai piedi d'argilla".
Successivamente, l'Enel aveva cominciato a risalire la china quando l'esito del referendum svoltosi nel 1987, sulla scia dell'ondata emotiva suscitata dal disastro alla centrale sovietica di Chernobyl, determinò la rinuncia al nucleare e, di conseguenza, oltre alla chiusura delle centrali in funzione, la dispersione di altri investimenti in via di realizzazione e di un rilevante patrimonio tecnologico.

L'impiego del carbone sia pur "pulito" e l'allestimento di rigassificatori, a cui l'Enel ricorse poi, per diversificare la produzione e alleggerire la dipendenza dai derivati del greggio (che aggravava il costo dell'energia), seguitarono a incontrare parecchi ostacoli, per l'effetto Nimby, per i mutevoli orientamenti degli enti locali a ogni cambio di giunta, e per le lungaggini burocratiche dei procedimenti autorizzativi.
L'Enel giunse così all'appuntamento nel 1999 con la liberalizzazione del mercato energetico col fiato grosso. Blindato dalla golden share del Tesoro e per il resto man mano privatizzato, così da divenire una pubblic company, l'ex monopolista elettrico puntò dapprima (con Franco Tatò) sull'utilizzo della propria rete per far ingresso con Wind nella telefonia mobile, per poi concentrare, dal 2001 (con Paolo Scaroni), il suo focus sulla "dual energy" (elettricità e gas), avendo acquisito frattanto una cultura d'impresa competitiva, che gli consentì di migliorare le produttività e ridurre la massa dei debiti. L'ampliamento dell'attività di Enel nel campo delle energie rinnovabili, con Green Power, e la sua trasformazione in un gruppo energetico multinazionale hanno conosciuto, dal 2005 (con la gestione di Fulvio Conti), ulteriori sviluppi. Tant'è che oggi l'Enel è impegnato sia nell'espansione della sua presenza all'estero, sia nel decollo di una nuova filiera, quella della climatizzazione e della mobilità elettrica.

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