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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2013 alle ore 06:22.
L'ultima modifica è del 04 aprile 2013 alle ore 07:54.

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Alle imprese serve un sistema degli appalti più trasparente
Sarà un caso ma l'ammontare dei debiti che lo Stato ha nei confronti delle imprese è dello stesso ordine di grandezza dell'ammontare del costo della corruzione. Altrettanto strano che il grosso della torta sia rappresentato da debiti nei confronti delle imprese di costruzioni e di servizi, settori dove gli appalti sono spesso avvolti da una fitta nebbia, e nei quali accade spesso di tutto. Se le variazioni in corso d'opera fanno saltare spesso i conti, le mazzette fanno il resto e il costo delle opere pubbliche o dei servizi che dovrebbero essere erogati in cambio del pagamento delle imposte schizza a livelli molto distanti da quelli che sono gli standard europei. La parte sana delle imprese, quelle che non lavorano per lo Stato e competono onestamente, viene ulteriormente "mazziata" per trovare le risorse da dare a chi per anni si è riempito le tasche con soldi pubblici che parevano non finire mai. E così la zavorra aumenta e con essa i costi per produrre in Italia, la possibilità di competere sui mercati internazionali va quindi a farsi benedire.
Lettera firmata

Sul fatto che le imprese sane non debbano pagare per quelle marce sono d'accordo. Ma mi fermo qui, nel senso che il discorso mi sembra più complesso di come il lettore l'ha prospettato. A partire dal dato che non si può stabilire l'equivalenza tra l'ammontare della corruzione in Italia e i debiti che lo Stato ha nei confronti delle imprese.
In secondo luogo, dividere in due il mondo delle imprese per cui quelle sane sono solo quelle che non lavorano per lo Stato è, a mio avviso, sbagliato. Ci sono infatti ottime aziende che competono in tutto il mondo e che lavorano anche per lo Stato italiano in modo efficiente e corretto e che, semmai, hanno il problema di doversi rapportare con un interlocutore non solo poco affidabile in termini di pagamenti ma anche "produttore" di norme legislative e burocratiche oscure e punitive per l'attività d'impresa. Quanto al fatto che una buona parte dei debiti in questione sia riferibile al settore delle costruzioni non ci trovo alcunché di strano, visto che lo Stato (centrale e locale) ha evidenti necessità sul fronte delle opere pubbliche (piccole e grandi) e della manutenzione dei suoi beni. È necessario piuttosto rivedere il perimetro dello Stato stesso (la spesa pubblica supera il 50% del Pil), disboscare le norme che contribuiscono con la loro proliferazione ad accrescere la corruzione, rendere trasparente ed efficace il sistema degli appalti. Se ne avvarranno tutte le imprese, e noi cittadini con loro.

Più ripresa con le grandi opere
Le tanto contestate grandi opere, come Tav ed Expo 2015, producendo posti di lavoro, potrebbero concorrere a risollevare l'economia in questo momento così critico. Come si fa a non capirlo? Non è forse vero che gli Stati Uniti uscirono dalla crisi del 1929 grazie anche alle grandi opere del New Deal messe in campo dal presidente Roosevelt? Con la fame di lavoro che c'è in Italia, buttare occasioni come queste è da incoscienti.
Renzo Lepre

L'anagrafe dei conti correnti
La lotta all'evasione fiscale si avvarrà d'ora in poi anche dell'Anagrafe dei rapporti finanziari. Il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, ha firmato il provvedimento che rende operativo questo strumento che sarà applicato a conti correnti, depositi, contratti derivati, fondi pensioni, investimenti vari, acquisti di oro e preziosi, utilizzo delle carte di credito e persino delle cassette di sicurezza. I primi dati inizieranno ad affluire a fine ottobre e saranno relativi al 2011. C'è chi dice che questo provvedimento, previsto dal decreto salva Italia, favorirà la fuga dei capitali dall'Italia. A me sembra un'esagerazione, messa in giro ad arte da chi è allergico ad ogni tipo di controllo. Se non hai nulla da nascondere, nulla devi temere.
Giovanni Salvini
Milano

La forza della lingua italiana
Si pretende che gli italiani non si piangano addosso e ritrovino fiducia in se stessi. Tuttavia, se la "realtà" si identifica con il linguaggio, come voleva Wittgenstein, non capisco perché sui quotidiani si continuino ad usare termini come asset, hub, core, ecc. quando esistono i corrispondenti nel nostro bell'idioma.
Piero Campomenosi

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