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Questo articolo è stato pubblicato il 16 aprile 2013 alle ore 06:39.

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Il governo «balneare» del '63 e i paragoni con le crisi del passato



Cinquant'anni fa, nel 1963, si insediò per la prima volta nella storia italiana un governo "balneare". Così era stato definito l'esecutivo guidato da Giovanni Leone, che aveva il compito di lasciar decantare la situazione politica in vista di un passo storico come era considerato l'ingresso dei socialisti al Governo. Era un monocolore democristiano che ottenne le fiducia con 255 sì, 225 no e 119 astensioni da Psi, Psdi, Pri, ed altri. Mi è tornato in mente questo esempio della Prima Repubblica riflettendo su possibili analogie con il momento attuale. L'incarico a Bersani, segretario del partito con il più alto numero di parlamentari, come la Dc nel '63, non si poteva configurare come un incarico per formare un governo balneare per governare il Paese e intanto lavorare per realizzare una solida maggioranza politica?
G.T.
Lucca
Gentile lettore,
il passato ha sempre molto da insegnare, ma bisogna tener conto di come oggi la realtà politico-parlamentare sia profondamente cambiata. Il 1963 resta comunque un anno significativo perché anche allora la crisi politica e le elezioni si intrecciarono con la successione in Vaticano dove dopo la morte di Giovanni XXIII venne eletto il 3 giugno l'arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini che prese il nome di Paolo VI. Sul fronte politico le elezioni del 28 aprile 1963 furono segnate dall'apertura a sinistra della Dc di Aldo Moro ed ebbero come risultato una forte crescita dei partiti, i liberali e i comunisti, che si opponevano a questa ipotesi. Ecco quindi, per la Dc e il Psi, l'esigenza di non affrettare i tempi e di rinviare le scelte più drastiche all'autunno e, dopo un tentativo di Aldo Moro, l'incarico venne dato dall'allora presidente Antonio Segni a Giovanni Leone, presidente della Camera.
Leone ottenne la fiducia, come lei ricorda, grazie alle astensioni che Psi, Psdi e Pri garantirono in partenza perché era nella volontà comune raggiungere un pur difficile accordo organico. Tornando alla situazione attuale, il presidente Napolitano non ha dato un incarico pieno a Bersani perché non aveva nessuna garanzia sul fatto che il Governo avrebbe potuto avere la fiducia del Parlamento, anzi era praticamente sicuro che vi sarebbe stato un chiaro voto contrario. E appare peraltro fuori luogo paragonare l'apertura a sinistra degli anni '60, che fu il tentativo di allargare la partecipazione democratica e quindi di consolidare il sistema politico, con le ipotesi di ottenere consensi dal Movimento di Beppe Grillo, ipotesi a cui puntava e sembra ancora puntare il segretario del Pd. Per l'attuale realtà di emergenza economica sicuramente il paragone con il passato più significativo resta quello evocato dallo stesso Napolitano qualche giorno fa quando ha ricordato il 1976 e la politica delle larghe intese.
La tassazione nell'era Thatcher
Una riflessione leggendo l'intervento di Franco Debenedetti sui meriti di Margaret Thatcher, pubblicato sul Sole 24 Ore del 10 aprile. Nella riduzione delle aliquote dell'imposta sui redditi la Lady di ferro ha fatto chiare scelte di classe: prendere ai poveri per dare ai ricchi! Un esempio: per i redditi più alti aliquota ridotta dall'80% al 40% (-50% dell'imposta marginale e -40 punti percentuali), per i redditi più bassi dal 33% al 25% (-24% dell'imposta marginale e -8 punti percentuali).
Giuseppe Campagnari
Verona
Rileggere Guido Carli
Il direttore Roberto Napoletano nell'editoriale del 14 aprile "Salviamo (almeno) il salvabile" cita Guido Carli tra gli uomini che hanno fatto grande l'Italia. Nelle sue "Considerazioni finali"(1971), il governatore della Banca d'Italia affermò: «Il perseguimento dell'unione monetaria con forte anticipo sull'integrazione delle economie può danneggiare alcune di esse e non consente una distribuzione fra i Paesi membri dei vantaggi e degli svantaggi connessi con il processo di unificazione... Senza l'integrazione delle economie, la rinuncia dei Paesi all'uso autonomo del tasso di cambio e degli altri strumenti di politica monetaria può danneggiare alcuni di essi». Gli effetti collaterali dell'euro di cui - a 40 anni da quelle parole - soffrono vari Paesi della Ue, compresa l'Italia, si sono ora manifestati in tutta la loro virulenza. Dovere della memoria è anche rileggere quella previsione alla luce della drammatica situazione economica che oggi ci tiene in scacco.
Margherita De Napoli
(Bari)

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