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Questo articolo è stato pubblicato il 30 maggio 2013 alle ore 07:00.

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Prima eravamo solo sotto la media Ue. Oggi la fatica sembra improba. Per l'Italia attrarre investimenti esteri, ospitare sedi di multinazionali o centri ricerche è sempre stato uno slalom gigante tra Fisco opprimente (per aliquote, scadenze ballerine e adempimenti), burocrazia statale, regionale e locale, rigidità del mercato del lavoro e dei contratti, criminalità, lungaggini esasperanti e (più recente) sindrome Nimby (Multinazionali sì, ma non nel mio cortile").

Gli ultimi dati Ocse certificano ciò che la crisi ha aggravato. Nel 2012 il Paese ha ricevuto appena 8,8 miliardi di dollari d'investimenti esteri (peggio di noi, ma solo l'anno scorso, i tedeschi che però hanno forti colossi nazionali). Una somma irrisoria rispetto ai nostri partner europei: 62,7 miliardi per il Regno Unito, 62,2 per la Francia, 27,7 per la Spagna.
Il Comitato investitori esteri di Confindustria conferma che oltre agli ostacoli oggettivi manca una cultura delle multinazionali come portatrici di ricchezza per il Paese e di posti di lavoro qualificati. E del resto, basterebbe cominciare a copiare dai vicini d'Oltralpe (i soliti francesi) che hanno un'Agenzia (l'Afii) dotata di fondi ma anche di una visione strategica di politica industriale da perseguire. L'Italia deve, insomma, fissare i propri obiettivi di politica industriale e creare un clima perchè i capitali esteri ci aiutino a svilupparli. Perchè buone pratiche sono già nate anche in casa nostra. Come Trentino Sviluppo, che agisce direttamente sul territorio, studia per potenziali investitori pacchetti integrati di offerte , dialoga e risolve problemi. Al centro ricerche della Microsoft ha "offerto" la sede. Un buon clima per gli investitori e un'agenzia efficiente sarebbero il primo passo. In attesa dei cantieri per le grandi riforme.

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