Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2013 alle ore 07:21.
L'ultima modifica è del 30 luglio 2013 alle ore 07:42.

My24

L'Anvur ha portato a compimento nei tempi previsti la valutazione della qualità della ricerca (Vqr) delle università e dei centri di ricerca.
I risultati della Vqr sono stati trattati da molti commentatori un po' come i risultati delle elezioni: tutti a cercare dove si è vinto di più o dove si è perso di meno. Alcuni sono impegnati nella delegittimazione preventiva con argomenti che vanno dal "nondum matura est (nolo acerbam sumere)", al "ma tanto quella università lì non c'è più", al "era tutto previsto", al "tanto non cambierà nulla (perché altrimenti le università di mezzo Paese chiudono ...)". Altri, i più radicali, auspicano invece la resa dei conti tra università, o tra discipline, o tra dipartimenti... Cerchiamo di ragionare.
Intanto ci sono molte cose (forse troppe) che la natura del processo non consente. Vediamole.

In primis, non è possibile usare la Vqr per valutare i singoli. Lo spiega Anvur: la Vqr ha richiesto che ogni ricercatore esponesse i 3 prodotti migliori nel periodo 2004-2010. Per alcuni ricercatori 3 prodotti in 7 anni – ad esempio tre monografie - è un risultato notevole e può avvicinarsi al 100% della produzione mentre per altri (chimici, biologi, medici, ecc.) 3 pubblicazioni rappresentano solo una frazione dell'output di ricerca annuale. Quantità e qualità non sono così separabili.

L'altro caveat riguarda i dipartimenti. La L240 ha portato gli atenei, proprio mentre si raccoglievano le informazioni per la Vqr, a scomporre e ricomporre le strutture dipartimentali in maniera molto profonda. Molti atenei hanno, giocoforza, fatto "scelte centrali" sostituendosi ai singoli ricercatori nella individuazione dei prodotti senza poter tenere conto della ricaduta sui dipartimenti post-L240.

Non è nemmeno così immediato fare confronti interni allo stesso ateneo a causa della differenza tra i metodi di valutazione usati per aree diverse. Per scienze, ingegneria, medicina, ecc. i prodotti sono stati valutati principalmente su parametri bibliometrici mentre nelle aree umanistiche, giuridiche, economiche e sociali la valutazione è stata principalmente (ma non esclusivamente) basata su peer-review, cioè servendosi della valutazione da parte di altri studiosi esperti nel settore. Basta guardare la percentuale di prodotti giudicati eccellenti nelle diverse aree per capire che si è trattato di due gare diverse. Mediamente, non più del 20-25% dei prodotti è stato giudicato eccellente dal "peer review" (con minimi in area giuridica e sociale) mentre sono eccellenti il 50% e più dei prodotti valutati su base bibliometrica (con massimi in area fisica e chimica). Queste macrodifferenze sono presenti in tutte le altre grandi università. Nulla di che: i due metodi, bibliometrico e "peer" – funzionando su schemi logici totalmente diversi – hanno portato a risultati sistematicamente diversi. È un problema? No, se i risultati sono usati per confronti di performance delle stesse aree o di aree vicinali (chimici con chimici, ingegneri con ingegneri, giuristi con giuristi), sì, se il confronto riguarda aree distanti. Il che rende difficile "calare" all'interno delle università il risultato della Vqr. Difficile ma non impossibile: bisognerà lavorare su confronti nazionali e, laddove possibile, internazionali. Richiederà tempo, la Vqr è un giacimento di informazioni da estrarre, e molte discussioni. E nel frattempo?

Nel frattempo, c'è un dato di estrema rilevanza che può essere usato subito: il "risultato 0 (zero)", quello della inattività, zero prodotti. Lo "zero" è un dato incontrovertibile e non dipende né dalle aree, né dai settori disciplinari. Se uno/una per sette anni non ha prodotto nulla di presentabile all'Anvur vuol dire che non ha lavorato in ricerca. Stop. Certo ci sono spesso buone ragioni perché ciò accada: la ricerca non si fa "per forza", bisogna avere qualcosa da cercare, qualche idea, qualche obiettivo e anche il tempo per perseguirli (e qualcuno dirà anche avere qualche finanziamento...). Per alcuni è più difficile che per altri, inevitabile ...ma zero/sette è veramente zero. E poi alcune aree sono più dense di "zeri" di altre. Si può partire da qui per avviare un ragionamento costruttivo, non punitivo, con le strutture e capire quali azioni sono necessarie per ridurre la improduttività e quali sono le ragioni. Un primo passo a livello locale.

Il livello nazionale, quello del confronto tra atenei, è invece più chiaro e l'esempio deve venire dal Miur: se questo esercizio non avrà conseguenze visibili nel riparto delle risorse per gli atenei, difficilmente si potrà trasferire il risultato della Vqr negli atenei.

Dario Braga è Prorettore alla Ricerca dell'Università di Bologna

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Shopping24

Dai nostri archivi