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Questo articolo è stato pubblicato il 20 agosto 2013 alle ore 08:05.

Bo XilaiBo Xilai

A tratti sfrontato. Benvoluto dai suoi funzionari del ministero del Commercio estero, a suo agio con i leader stranieri che incontrava nei mille viaggi. Un concentrato di debolezze, inclusa la grande attrazione per certi aspetti della cultura non cinese, stridente contraddizione per un leader neomaoista. Come quella di volere per l'amato e scapestrato figlio Guagua ("fruttino", da gua, frutto) un'educazione iperoccidentale grazie ai buoni uffici dell'amico Nick (Heywood). Temutissimo dai nemici, rispettato dalla gente comune di Chongqing, che ancora oggi incolpa la perfida seconda moglie, l'avvocato di successo Gu Kailai. Donna rampante e fragile, una perfetta lady Macbeth, gelosa della schiera di amanti del marito ma fanatica degli investimenti all'estero, ville e palazzo di pregio inclusi.
Fatto sta che la storia dei Bo si intreccia con il destino politico di Xilai e qui la sua protervia nei confronti dell'establishment, la hybrys, appunto, fa scintille con la schiera dei burocrati compassati del partito. Le guanxi paterne si rivelano una zavorra. Dicono che le lotte dei padri della rivoluzione si siano riversate, con esiti contrapposti, sui figli e che tra Bo Yibo, padre di Bo Xilai e Xi Zhongxun, padre del presidente Xi Jinping, entrambi nell'inner circle di Deng Xiaoping, non corresse buon sangue. A chi li ha visti da vicino, Bo il perdente, Xi il vincente, non poteva sfuggire la diversa natura del carisma dei due. Xi è l'uomo piu potente della Cina. Xi ha mediato con il potere e deve farlo per tutto il decennio a venire. Bo, forse, ha pensato di non doverlo fare mai. Nemmeno quando il fato ha iniziato a presentargli il conto con la morte di suo padre Yibo, nel gennaio del 2007. Bo Xilai non spiccò il gran salto, fu mandato nelle retrovie, a Chongqing. Lui ne fece il laboratorio di un possible riscatto politico, con gli esiti nefasti che ben sappiamo.

Chi vince scrive la storia. La Corte di Jilin ratificherà un verdetto già scritto. Oggi, Pechino ha poche ore per "chiudere" con il convitato di pietra Bo Xilai. Dalla sua ha un'arma micidiale: la damnatio mediatica. Per Bo, master in giornalismo nell'82 all'Accademia delle scienze sociali di Pechino, uomo perfettamente a suo agio davanti ai riflettori, il vero marchio d'infamia saranno le riprese nell'aula della Corte dove rischia di presentarsi canuto come l'abate Faria, spento, l'ombra di se stesso. L'antifona è già suonata con la condanna pubblica di un personaggio minore, ex segretario del partito di uno dei distretti di Chongqing, Lei Zhengfu, ricattato dall'amante diciottenne che ne ha postato un video sexy sul web. Sporco, trasandato, la camicia fuori dai pantaloni, i polsini slacciati, lo sguardo perso nel vuoto. Bo Xilai come l'orrido Lei Zhengfu?

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