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Questo articolo è stato pubblicato il 13 ottobre 2013 alle ore 13:47.

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Non avremo realizzato la grande riforma della spesa pubblica, ma un fatto è certo: l'abbiamo pensata a fondo, da almeno quarant'anni. Perbacco, in questo siamo i primi in classifica. Problemi e soluzioni li conosciamo bene, visto che sono sempre gli stessi e si ripropongono a rotazione nella Prima repubblica, Seconda repubblica, Terza repubblica, nel proporzionale soffice e nel maggioritario muscolare, nel federalismo al l'italiana e nelle pieghe di piccole, medie, grandi intese e "strane" maggioranze di governo.

Anche se sul nuovo commissario per la spending review (razionalizzazione della spesa) Sergio Cottarelli, già alto dirigente del Fondo monetario, pendono le consuete aspettative da angelo risolutore piovuto in terra, le idee sul che fare già ci sono. Insomma sappiamo dove mettere le mani nelle carte, e che poi queste idee siano restate finora solo sulla carta, francamente, potrebbe apparire un dettaglio ingeneroso. Purtroppo non lo è.

Accadde il 26 gennaio 1971, per esempio. L'allora ministro del Tesoro Mario Ferrari Aggradi, cavallo di razza della Dc, presentò al Parlamento il Libro bianco sulla spesa pubblica. Altri tempi, problemi analoghi. Non c'erano l'euro e il commissario finlandese Olli Rehn (che allora aveva 9 anni), ma il "decretone" d'urgenza e l'allarme del Fondo monetario sì. Perché «aumentano le spese correnti e diminuiscono quelle in conto capitale» (si legga oggi il Documento di Economia e Finanza del Governo del settembre 2013, ndr), «non si spende quanto si è deciso di spendere» (si veda ora il caso dei fondi europei assegnati all'Italia, ndr), esplodono i disavanzi e i debiti degli enti previdenziali e territoriali. Mentre la burocrazia amministrativa è lenta anche «per il gioco delle norme istituzionali» (il problema è il «funzionamento delle istituzioni» ripete in questi giorni il premier Enrico Letta, discendente diretto della Dc di Ferrari Aggradi.
Cosa bisogna fare secondo quel vecchio Libro bianco nel momento in cui i grandi comuni come Roma - allora come oggi - sono sull'orlo del precipizio?

Basta con la pratica di mettere a carico dello Stato «in tutto o in parte, i deficit degli enti locali», dove sono troppo elevati il personale e gli stipendi. Occorre soprattutto «definire le funzioni di comuni e province nel quadro del nuovo assetto regionale», stop alle leggine, via alla riforma tributaria e salto verso un'amministrazione più efficiente. Un rapporto «illuminante che non autorizza a rinviare le riforme», chiosa sull'autorevole rivista dei gesuiti "Civiltà Cattolica" lo storico Gabriele De Rosa.
Invece no. È proprio il rinvio, tranne alcune preziose gocce nel mare delle deroghe e delle proroghe, la cifra valoriale che da quel Libro bianco si allunga fino ai giorni attuali. Mancanza di volontà politica, deficit della classe dirigente, una miscela infiammante di arrocchi corporativi e pregiudizi ideologici, una tendenziale e diffusa riluttanza al cambiamento sempre promesso e decantato e pochissimo praticato. La lista può chiudersi qui o si potrebbe continuare a piacimento.

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