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Questo articolo è stato pubblicato il 14 ottobre 2013 alle ore 08:05.
L'ultima modifica è del 14 ottobre 2013 alle ore 08:20.

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L'ultimo rapporto della Croce Rossa denuncia un impoverimento dell'Europa senza precedenti da 60 anni. Il tasso di povertà per le categorie sociali più deboli sarebbe aumentato nell'ultimo triennio del 75%. La più pesante crisi dal dopoguerra, i programmi di austerità e riforme attuati senza solidarietà europea all'altezza di una situazione in alcuni paesi drammatica, spiegano questa discesa agli inferi.
Una discesa che per ora non presenta prospettive di ritorno. Almeno a breve.

Naturalmente, quando si allineano le cifre, si scopre che tra esborsi e garanzie le tre maggiori economie dell'eurozona hanno impegnato oltre 800 miliardi nel salvataggio dei paesi periferici. Si potrebbe quindi contestare, dati alla mano, la sensazione diffusa circa la latitanza di solidarietà europea verso i paesi più vulnerabili. Si potrebbe. Ma solo a prima vista.
Gli interventi tardivi spesso hanno aggravato le emergenze prima di provare a contenerle. Le condizioni draconiane imposte per dispensare gli aiuti per ora hanno sortito gli effetti opposti a quelli voluti, aggravando deficit e debiti invece di farli diminuire, complice il crollo della crescita dovuto al troppo rigore a senso unico. Gli interventi dell'Efsf prima e poi dell'Esm hanno infine privilegiato l'obiettivo della stabilizzazione dell'eurozona a qualsiasi costo economico e sociale per i beneficiari dell'assistenza europea. In altre parole, l'unica vera solidarietà concessa è stata quella finanziaria, mirata a far calare gli spread con il Bund tedesco e ad aprire l'accesso ai prestiti altrimenti interdetto sui mercati. Naturalmente tutto questo era vitale per chi rischiava la bancarotta.

Ma la logica dietro tutta l'operazione è stata quella di contenere il contagio senza provvedere al contempo anche alla salute del malato. La stabilizzazione dell'area euro ha fatto cioè premio su quella dei paesi in difficoltà, tutti chiamati a convincersi della bontà del credo Merkel, secondo il quale la crescita economica altro non è che il premio della virtù. Dunque ciascun paese deve redimersi da solo e soltanto allora potrà pretendere la solidarietà della comunità cui appartiene.
Per questo, e nonostante possa apparire una contraddizione in termini, la pioggia di aiuti ai reprobi continua ad andare di pari passo con l'immutato e irremovibile rifiuto tedesco a qualsiasi mutualizzazione dei rischi, che siano bancari o sovrani. Per questo, a prima vista paradossalmente, il divario Nord-Sud nell'eurozona si è accentuato in cinque anni di crisi invece di alleggerirsi. Per questo è andato perduto lo "spirito di famiglia" e da mesi il consenso popolare all'Europa appare in discesa precipitosa. Per questo si teme che alle elezioni europee del maggio prossimo saranno i partiti estremisti e populisti i vincitori morali, se non materiali, della competizione.

La morale è una sola: la pura solidarietà finanziaria ha salvato l'euro, come si era proposta, ma non la coesione europea, la cui assenza ora ne complica la governance. Come tutti i pompieri, questo tipo di solidarietà si lascia dietro troppa terra bruciata, devastazioni sul piano economico, sociale, occupazionale.
Ma fino a che punto l'approccio è politicamente e democraticamente sostenibile, una volta allontanato l'apice dell'emergenza? Senza un rapido riequilibrio a livello europeo della solidarietà, che in concreto significa più sviluppo, investimenti, formazione, innovazione, lavoro, ben difficilmente, euro o no, l'Europa uscirà indenne dalla crisi. Sarebbe un vero peccato sprecare la solidarietà finanziaria e i costi sostenuti da chi l'ha assicurata. Senza una svolta capace di rimettere in marcia cultura e modello di sviluppo europeo, il rischio però non è solo teorico.

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