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Questo articolo è stato pubblicato il 17 febbraio 2014 alle ore 08:43.
L'ultima modifica è del 17 febbraio 2014 alle ore 09:05.

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La speranza, si dice, è un buon inizio ma in genere una pessima cena. Eppure è difficile non augurarsi ancora una volta che un nuovo governo esprima davvero l'urgenza di un cambio di passo nella politica economica e nei rapporti con l'Europa. Sappiamo tutti che l'economia italiana richiede riforme accompagnate da uno Stato di migliore qualità. La crescita infatti è così fragile da essere ancora a rischio. È trainata solo da chi esporta ma è insufficiente a spingere gli investimenti e a creare posti di lavoro. Tuttavia sappiamo anche che, per riuscire, le riforme hanno bisogno di un contesto favorevole attorno al paese, partner che tirano la domanda e un mercato finanziario di nuovo funzionante e non isolato da quello europeo. È in questo equilibrio, tra riforme interne e cooperazione europea, che il nuovo governo scriverà il suo successo o il suo fallimento.

Le prime osservazioni di Matteo Renzi indicano che anche sui temi europei il leader democratico voglia impartire un'accelerazione. Ma farà il salto nella direzione giusta? Se punta a trasgredire l'impegno sul disavanzo al 3% forse sbaglia via, perchè qualche decimale di spesa in più non cambierà affatto l'Italia. Diverso sarebbe ottenere maggiore flessibilità nel taglio del debito richiesto dal fiscal compact. Una flessibilità, evocata mercoledì da Saccomanni, che vale molti punti di pil e che Renzi può condizionare alle riforme rendendo più forte il governo che le propone.
L'opinione del leader democratico secondo cui la regola del deficit massimo al 3% è «di 22 anni fa, quindi troppo vecchia», suona innovativa perchè si distacca dal timore dei governi passati di far subire al paese un danno reputazionale. Ma è invece poco pragmatica.

È al tavolo del negoziato, spesso senza pubblicità, che le regole europee vengono accomodate utilmente. Il pareggio di bilancio rischiesto è diventato quello aggiustato per il ciclo; le regole sul debito hanno incluso "fattori rilevanti" che evitano aggiustamenti troppo rapidi, e così via. Da ultimo Saccomanni ha convinto i partner che un deficit del 2,5% - basato su stime di crescita ottimistiche e troppo alto per essere coerente con la riduzione del debito - era il massimo possibile a fronte di un paese stremato. L'accordo è stato accettato solo in ragione delle riforme annunciate: la spending review, le privatizzazioni e il rientro dei capitali, che ora non possono essere più rinviate.
Violare il 3% rischia invece di ribaltare il tavolo. Chi conosce i negoziati sa che le trattative, compresa quella sulla clausola degli investimenti, vengono condotte con Berlino, direttamente o attraverso il Consiglio Ue. Uno dei problemi europei è proprio che si riesce a cooperare solo manovrando in penombra. Se si alzano i toni, le opinioni pubbliche divergono e i negoziati falliscono. Quando si cerca lo scontro aperto, magari alleandosi con Spagna e Francia, regolarmente si vede Madrid sfilarsi di soppiatto e Parigi usare l'Italia solo per farsi più importante con Berlino.

Rinnegare gli accordi rischia così di risolversi in una provocazione controproducente. L'Italia ha certamente argomenti migliori da usare. Un'inflazione vicina a zero squilibra il rapporto algebrico tra pareggio di bilancio e rientro del debito (che era automatico invece con inflazione al 2% e almeno uno 0,8% di crescita) su cui si basa l'intera strategia europea. L'unica via d'uscita dalla deflazione può venire dalla Bce, ma è impossibile aspettarsi una soluzione da Francoforte se Roma propone solo di fare ancora un po' più di deficit. L'Italia ha bisogno anche di altre forme di cooperazione europea, per esempio nel ripulire i bilanci bancari e nel favorire la spesa per investimenti rispetto a quella corrente. Sono tutti interventi meno spettacolari dei vecchi "piani per la crescita" che suonano ricchi all'annuncio e miserabili alla prima verifica.

Per chi ha molta fantasia, così come per i sognatori indebitati, le circostanze europee paiono implacabili. Per evitare la troika, il governo italiano deve muoversi sul sentiero degli impegni presi. Tuttavia può costruire una nuova motivazione alla cooperazione europea. La vecchia speranza di solidarietà infatti cade su un terreno politico inaridito. L'euroscetticismo troverà piena espressione alle elezioni europee di fine maggio alle quali si teme ottenga il 20-30% dei consensi, proprio quando l'Italia definirà gli accordi di politica economica e alla vigilia del nostro semestre di presidenza.

Un primo compito del governo italiano è quello di non farsi travolgere dall'onda euroscetticica. Per farlo deve imporre la distinzione tra la critica anti-europea, comune fuori dalla zona euro, e la delusione che prevale invece dentro la zona euro. I due movimenti di protesta si esprimono in modo simile, ma in realtà rappresentano istanze opposte. I primi vogliono meno Europa, meno responsabilità comuni e meno solidarietà. I secondi spesso chiedono invece più solidarietà insieme a più responsabilità. Riuscire a convogliare la delusione dell'Eurozona, impersonando la responsabilità e giustificando la solidarietà, significa dividere il fronte euroscettico e dare voce a un sentimento popolare costruttivo.

Il secondo compito è più concreto: entro ottobre il Consiglio europeo dovrà finalizzare le "partnership per la crescita" attraverso le quali ogni paese si impegna alle riforme. Le riforme italiane sono tutte di responsabilità nazionale: lotta alla corruzione, efficienza della giustizia, mercati del lavoro e dei prodotti più efficienti. Ma l'Italia sarà allora anche presidente del semestre europeo. Se saprà dar forza al l'esercizio delle partnership, in modo che tutti i paesi vi adempiano come richiesto da Bruxelles, avrà contribuito a un'economia europea più dinamica e meno squilibrata tra ricchi e deboli. Con innovazioni istituzionali come quelle descritte dal presidente Napolitano a Strasburgo, avrà costruito quel contesto europeo che favorisce anche il successo delle proprie riforme strutturali.

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