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Questo articolo è stato pubblicato il 03 marzo 2014 alle ore 06:41.

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La vicenda che nei giorni scorsi ha scosso Vibo Valentia merita di non restare confinata ai media locali. Il 25 febbraio la Procura di Catanzaro ha arrestato due funzionari di Polizia che negli anni scorsi hanno guidato la squadra mobile di Vibo Valentia perché - scrive il giudice - «soggetti vicini e compiacenti» alla cosca dei Mancuso, dominante nella zona. I due poliziotti erano disposti a chiudere un occhio, a evitare una denuncia, ma anche a «prendere un caffè», a fare una visita di condoglianze, ai capi della potente 'ndrina locale. A tessere la nefasta tela è da anni, secondo i pm, l'avvocato di fiducia dei Mancuso, anch'egli arrestato (e che ha già incredibilmente ottenuto l'affettuoso sostegno della locale Camera penale). Risultato: una totale, imbarazzante assenza di indagini a carico dei Mancuso negli anni 2009-2011, perché grazie ai poliziotti infedeli e alle amicizie del legale tra toghe cieche o compiacenti il clan Mancuso riceveva informazioni su indagini in corso. A un certo punto, l'avvocato è persino riuscito a «inglobare nel proprio circuito relazionale» anche l'amministratore e custode giudiziario dei beni sequestrati proprio ai Mancuso.
In un crescendo avvilente, si era arrivati alla «delegittimazione di quei magistrati» che non garantivano «il favorevole esito di procedimenti penali a carico di soggetti appartenenti o contigui alla cosca». È in questo clima mefitico che alla fine del 2012 parte un violento attacco mediatico a Fabio Regolo, giovane magistrato marchigiano in servizio a Vibo. Il Corriere della Calabria online spara in prima pagina la notizia di una perquisizione in corso nell'ufficio di Regolo, indagato per aver favorito il fratello affidandogli consulenze giudiziarie. Tutto inventato, falso, feroce. Né deve sfuggire che il giudice aveva rilevato e riattivato la Sezione fallimentare del Tribunale di Vibo, ridotta a ricettacolo di ogni nefandezza dalla collega che lo aveva preceduto e che era finita in carcere per corruzione in atti giudiziari.
Tutto talmente falso e inventato che nei giorni scorsi il giornale ha fatto pubblica ammenda: «Dobbiamo delle scuse al dottor Fabio Regolo. L'indagine condotta dalla Dda di Catanzaro ci porge uno spaccato di collusioni, commistioni e fiancheggiamenti andati oltre l'immaginabile, anche in una realtà dove non sono mancate, nel recente passato, indagini e sentenze che hanno inchiodato alle loro responsabilità toghe e divise sporcate dalla corruzione». Scuse inedite per uno dei tanti media locali che tirano metodicamente al bersaglio, praticamente su ogni mossa della magistratura. Scuse inedite e tardive, ma comunque da registrare, sperando siano le prime di una serie.
I fatti di Vibo sono di eccezionale gravità, ma non sono purtroppo eccezionali in Calabria, dove tante teste chine aspettano e tacciono assistendo come tifosi stanchi agli episodi di repressione, peraltro sempre tardiva e - da sola - mai risolutiva dei fenomeni indagati. E sono, invece, fatti per fortuna eccezionali nella stragrande maggioranza del Paese. Per questo inquietano e feriscono ancora di più le scelte di connivenza e di adeguamento al peggio, compiute là dove sarebbe ben più semplice che a Vibo alzare la testa e reagire.
ext.lmancini@ilsole24ore.com
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Le siciliane non credono all'antimafia dei politici
3 MARZO 1993
La Fondazione Marisa Bellisario rende noti i risultati dell'indagine su un campione di 500 donne siciliane tra i 26 e i 35 anni da cui risulta una maggior attenzione al problema della mafia (98%), ma anche lo scetticismo (86%) per l'impegno antimafia dei politici. Netta la percezione che i luoghi a più alta infiltrazione siano i partiti (71% del campione) e che la mafia esiste da tanto tempo «perché la gente che sa non ha mai parlato».

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