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Questo articolo è stato pubblicato il 07 marzo 2014 alle ore 07:21.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 13:57.

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Sfogliando le trascrizioni (appena pubblicate) delle riunioni del Comitato per le operazioni di mercato aperto della Federal Reserve nel 2008, mi sono trovato a farmi sempre la stessa domanda di fondo: com'è possibile che il Comitato fosse così cieco mentre divampava la crisi?

Qualcuno che aveva capito la vera natura della situazione c'era. Come sottolinea Jon Hilsenrath, del Wall Street Journal, William Dudley - all'epoca vicepresidente esecutivo del Gruppo mercati della Fed di New York - presentò delle ricerche fatte dai suoi collaboratori che cercavano di indirizzare l'attenzione dov'era necessario fosse rivolta. E nel Comitato, Janet Yellen, Donald Kohn, Eric Rosengren e Frederic Mishkin, oltre al Consiglio dei governatori della Fed a Washington, avevano recepito il messaggio. Ma gli altri otto membri del Comitato e il resto degli alti funzionari della Banca centrale Usa? Non molto.
Leggendo le trascrizioni mi è tornata in mente la lunga storia, su su fino al 1825 e prima, di fallimenti incontrollati di grandi banche che hanno scatenato crisi di panico, fughe di investitori verso i titoli di qualità, tracolli dei prezzi delle attività e depressioni economiche. Ma lì, nelle riunioni del Comitato per le operazioni di mercato aperto, a metà settembre 2008, molti dei membri si congratulavano con se stessi per aver trovato la forza di prendere l'incomprensibile decisione di non soccorrere la Lehman Brothers.
Mi sono trovato a ripensare all'inverno 2008, quando mi appropriai (e usai a piè sospinto) di una dichiarazione dell'economista Larry Summers. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare e le perdite colossali nel mercato dei derivati le banche dovevano ridurre la loro leva finanziaria: per la singola banca non era rilevante se ciò avveniva con un dimagrimento del portafoglio prestiti o un innalzamento del capitale, ma per l'economia era fondamentale che gli istituti scegliessero la seconda via.

Ancora oggi non riesco a capire la dichiarazione del presidente della Fed di New York, Timothy Geithner, a marzo del 2008, quando disse: «È molto difficile emettere un giudizio ora che il sistema finanziario nel suo insieme o il sistema bancario nel suo insieme è sottocapitalizzato». L'opinione di Geithner era che «non c'è niente di più pericoloso che alimentare tra le persone preoccupazioni sulla solidità di fondo del sistema finanziario». Adesso sappiamo che era di gran lunga più pericoloso ignorare quelle preoccupazioni.
Allo stesso modo, guardo la storia e vedo che per prevedere l'inflazione futura bisogna andare a guardare l'inflazione inerziale (che non tiene conto dei prezzi - volatili - dei prodotti alimentari e dell'energia), non l'inflazione primaria. Poi leggo frasi come quella del presidente della Fed di Dallas, Richard Fisher, che nell'estate 2008 diceva che si stava creando una pressione inflattiva, e sono disorientato.
Una parte (la maggior parte?) della mentalità che c'era nel 2008 nasce con ogni probabilità dal fatto che ci sono cose che per un economista monetario sono molto reali e concrete. Noi possiamo vedere, toccare e sentire l'effetto negativo di un ciclo di deleveraging finanziario sulla domanda aggregata. Noi sappiamo che se quest'anno un prezzo inerziale, come i salari, subisce una variazione, possiamo prevedere con ottima approssimazione quale variazione avrà l'anno prossimo, mentre se varia un prezzo inerziale, come quello del petrolio, non ci dice nulla o quasi su come varierà il prossimo anno. E noi sappiamo che il comportamento da gregge degli investitori fa sì che il fallimento di una banca importante può trasformare una frenesia finanziaria in panico e poi in un crack.

Ma gli altri non vedono, non toccano e non sentono queste cose. Per i non economisti, sono semplicemente ombre sulle pareti di una caverna.
Questa distinzione in passato era meno rilevante. La Fed di una volta di solito era guidata da banchieri centrali di professione, autocratici e carismatici: Benjamin Strong, Marriner Eccles, William McChesney Martin, Paul Volcker e Alan Greenspan. Quando funzionava - non sempre funzionava - il presidente comandava il Comitato con mano di ferro e il supporto quasi compatto dei governatori, al momento di votare. Le opinioni degli altri membri, che venivano dal settore bancario, dalla vigilanza o da qualche altra parte, contavano poco o niente.
Ma l'ex presidente Ben Bernanke era diverso. Bernanke era collegiale, rispettoso e orientato a trovare un consenso ampio. Il risultato è stato uno scollegamento profondo tra le idee di politica monetaria di Bernanke, che derivavano dalle sue analisi della Grande Depressione e dei "decenni perduti" del Giappone, e l'incapacità del Comitato, nel 2008, di accorgersi di quello che stava per succedere e cautelarsi contro i rischi più grossi.
Perciò mi trovo a domandarmi: che sarebbe successo se quelli che avevano capito la natura della crisi e quelli che non l'avevano capita fossero stati costretti a esporre le loro tesi a Bernanke in privato? Se Bernanke avesse detto «Questo è quello che faremo», invece di cercare il consenso (in altre parole, se la Fed di Bernanke fosse stata come la Fed di una volta), nel 2008 sarebbero state prese decisioni di politica monetaria migliori?
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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