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Questo articolo è stato pubblicato il 06 aprile 2014 alle ore 12:09.
L'ultima modifica è del 06 aprile 2014 alle ore 15:31.

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Chiunque abbia sofferto di coliche sa bene che conviene prendere una massiccia dose di analgesico ai primi segnali di dolore se si vuole evitare una sofferenza acuta e duratura. La stessa cosa accade con la deflazione. Occorre prevenirla alle prime avvisaglie perché una volta che ha preso piede diventa molto complicato scongiurarla e fa molto, davvero molto male.

Chi ha un po' di dimestichezza con le dinamiche dell'economia queste cose le sa. E certamente le conosce bene un banchiere centrale esperto e preparato com'è il nostro Mario Draghi. Tuttavia ancora una volta l'Eurotower ha deciso di prendere tempo prima di mettere in campo il suo arsenale contro la deflazione. Certo, Draghi ha fatto capire che Francoforte ha finalmente preso atto del pericolo e che è pronta a intervenire. Ma cosa si aspetta ancora?

Sono mesi che i più accorti tra gli analisti denunciano il progressivo sprofondare dell'Europa nella deflazione. Finalmente il 29 marzo scorso quel rischio ha fatto la sua comparsa sulla prima pagina del Financial Times: «Lo spettro della deflazione nella eurozona è alle porte». In effetti l'inflazione nell'eurozona in marzo è risultata essere dello 0,5% anno su anno rispetto allo 0,7% di febbraio. Anche negli Stati Uniti l'inflazione sta scendendo. Il tasso di inflazione sui consumi personali in febbraio è sceso a 0,9% rispetto all'1,2% di gennaio. E l'ultima previsione di inflazione in Cina è scesa al 2%, quasi la metà del target fissato del 3,5%.

Dunque, Stati Uniti, Europa e Cina si trovano con un'inflazione inferiore alle previsioni e i primi due anche con una inflazione già sotto l'1%. Per questo la deflazione non è un'ipotesi, ma una realtà alle porte.
Ripeto: cosa si aspetta allora a intervenire? Non c'è alcuna ragione economica per rinviare ancora l'adozione di misure straordinarie come un massiccio quantitative easing. Nessuna ragione "razionale", perché se poi vogliamo analizzare le spinte psicologiche profonde in chi è portatore di traumi inflazionistici storici si potrebbe andare molto lontano. E tuttavia dietro la prudenza del vertice della Bce ci sono anche ragioni molto meno profonde e raffinate: ci sono le contingenti esigenze politiche di chi, in Germania e nel Nord Europa, non vuole rischiare contraccolpi nelle urne delle prossime elezioni europee.

Dietro il vessillo del rigorismo monetario della Bundesbank, si celano in realtà proprio quelle spinte di natura politica - anche se di segno opposto evidentemente - che vengono attribuite a chi oggi chiede una strategia da parte della Bce di allargamento della base monetaria. Tant'è che tutti sanno che il dossier del Qe si riaprirà inevitabilmente proprio dopo le elezioni europee. Con il rischio concreto, però, di arrivare tardi, quando lo sforzo necessario da parte della Bce dovrà essere ancora maggiore e di esito più incerto.

È una verità, questa, che va denunciata subito. Le ragioni politico-elettorali di chi sente di dover tenere a bada un'opinione pubblica che nella crisi ha smarrito i valori della solidarietà europea rischiano di produrre un ritardo esiziale nella risposta europea alla deflazione. Rinviare le scelte, trascurando i segnali ormai evidenti, rende la deflazione più probabile e più aggressiva. Come insegna del resto l'esperienza giapponese degli anni '90: anche l'Ocse fino al 1994 prevedeva per il Giappone una inflazione allo 0,6%, si tardò così a reagire ed esplose la grande deflazione nipponica.

La deflazione, infatti, è un mostro che si auto-alimenta sulla base delle aspettative. Quando i prezzi cominciano a scendere gli acquisti vengono rinviati, non solo perché si attendono prezzi migliori, ma perché conviene tenere il capitale investito in titoli a lungo termine, che rendono ai tassi attuali il 2,5-3%. Gli interessi reali crescenti, poi, scoraggiano gli investimenti innescando la spirale minor investimento/minor crescita che porta inesorabilmente la deflazione ad accelerare.

Per contrastare questi meccanismi non può bastare una conferenza stampa e neppure è sufficiente lasciar circolare sulla stampa di mezza Europa l'ipotesi di un acquisto di titoli nell'ordine di mille miliardi. Serve che questa iniezione di liquidità venga operata subito.
Non è un caso se l'unica banca centrale che si è data l'obiettivo di raggiungere il 2% di inflazione è quella giapponese. È il classico caso di chi, essendo caduto a suo tempo nella trappola della caduta dei prezzi, considera quel rischio di carattere prioritario.
Ma oggi tutti i policy makers, europei e non solo, dovrebbero condividere questa priorità e coordinarsi per uno sforzo globale per combattere la possibilità di deflazione. Senza più indugi, senza quelle prudenze, dettate da calcolo politico, che stanno davvero mettendo a rischio il futuro dell'Europa.

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