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Questo articolo è stato pubblicato il 05 marzo 2011 alle ore 11:30.

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Toni Servillo e Remo Girone in un foto di scena del film "Il gioiellino'' di Andrea Molaioli. (Ansa)Toni Servillo e Remo Girone in un foto di scena del film "Il gioiellino'' di Andrea Molaioli. (Ansa)

Tanto cinema italiano, ma anche un horror demenzialmente estremo. Strano venerdì quello che apre marzo, con una programmazione curiosa, tra pellicole belle, profonde e complesse e demenzialità assortite. Scegliendo tra le uscite, c'è un pokerissimo che incuriosisce. Oltre al vincitore di due Oscar, il pugilistico The Fighter, e alle demenzialità di Piranha 3D e Una cella in due, ci sono le due punte italiane, Il gioiellino e La vita facile, diversi e particolari e due modi di fare cinema inusuali in questi anni, ma che molto debbono, e ricordano, alla migliore tradizione cinematografica del nostro paese.

Dagli splendidi poco più che quarantenni Molaioli a Pellegrini sembra di tornare a quel firmamento cinematografico che andava da Rosi a Scola. E così Il gioiellino, thriller economico tutto giocato tra uffici e carte, un gioiellino lo è davvero. Perché Andrea Molaioli, come già aveva dimostrato con l'esordio La ragazza del lago, sa giocare in sottrazione anche quando davanti a sé ha attori straordinari e facce simboliche, quando deve raccontare storie potenti (e, in questo caso, di potenti).

Non è un mistero che il film, prodotto da quella Indigo di Nicola Giuliano e Francesca Cima, forse la più bella realtà produttiva italiana in questo momento, sia pesantemente ispirato al crac Parmalat. Qui la multinazionale alimentare diventa Leda, la provincia rimane la stessa nelle dinamiche e nella struttura, così come il castello economico e umano che crolla attorno al Tanzi- Rastelli intepretato da Remo Girone. L'attore riesce brillantemente a raccontare questo imprenditore convinto di vendere valori e che piano piano si vende l'anima. Convinto di mantenersi pulito e candido come quel latte che ama tanto, solo perché c'è il Tonna- Botta, il solito, immenso Toni Servillo, a mettere la polvere sotto il tappeto. C'è la finanza creativa ma anche il moralismo tutto italiano, quello tutto Chiesa e politica, che nasconde e ripulisce i soldi sporchi con gli amici degli amici. Amanzio Rastelli è un Tanzi perfetto, Girone gli dà l'ingenuità di chi non ha mai perso perché ha sempre giocato con carte truccate, finché non l'hanno cacciato dal tavolo che contava.

Probabilmente perché avevano cominciato a barare più di lui. Il senatore della prima repubblica, un ottimo Renato Carpentieri, e il presidente del consiglio da cui Rastelli va per chiedere il salvataggio della sua azienda allo sbando, sono graffianti critiche politiche giocate di fioretto. Girone è nel salotto (di Arcore?) e dipinge vent'anni d'Italia prendendo dalla libreria di una lussuosa, pacchiana anticamera una Bibbia finta: al posto del libro, c'è del cartone vuoto. E dicendo al figlio, presidente della sua squadra di calcio, "mi raccomando, ridi alle sue barzellette". E il Tonna di Servillo è l'ennesima dimostrazione della grandezza di un attore a torto definito da un collega, pur stimatissimo, "sempre uguale". Qui gioca, come sempre- e se è questa l'uguaglianza, ben venga- sui dettagli, sul lato oscuro di chi sa e deve fare il lavoro sporco, per sé o per altri.

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