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Questo articolo è stato pubblicato il 10 dicembre 2012 alle ore 11:30.

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Il capo della polizia di Teheran ha chiesto alle emittenti televisive iraniane di non mostrare polli in televisione: sia mai che inducano in tentazione il popolo della Repubblica islamica, e si finisca con un'altra rivoluzione da reprimere. Il pollo è diventato un bene di lusso in Iran, il suo prezzo è triplicato in un anno, ma si registrano picchi giornalieri: entri dal macellaio e c'è un prezzo, ne esci e ce n'è un altro.

Le madri si disperano perché non possono cucinare il piatto preferito dei bambini, il «zereshk polow va morgh», pollo riso e bacche che assomigliano al ribes, mentre si allungano le code dai panettieri: grazie ai sussidi del regime, la farina è al riparo dal ciclone inflattivo e il pane è al momento ancora un prodotto di massa. Il pollo è diventato un simbolo della crisi dell'Iran, così come le rivolte davanti ai fornai in Medio Oriente fecero da preludio alla Primavera araba. Per comprendere come il cibo – sarebbe meglio dire: la mancanza di cibo – determina la geopolitica mondiale bisogna fare un passo indietro.

Mangiare carne è già di per sé un lusso, i Paesi ricchi portano in tavola piatti di carne e quelli poveri no, basti pensare che quei gran mangiatori di carne di maiale che sono i cinesi consumano comunque pro capite la metà della carne di maiale ingurgitata da un americano. Il problema non è il pollo in sé, e nemmeno il maiale: il problema è quel che il pollo o i maiali mangiano. Le crisi maggiori, le più grandi instabilità, si registrano nel mercato agroalimentare: i mangimi sono di difficile importazione in un Paese sotto sanzioni come l'Iran, è chiaro, ma sono in ogni caso prodotti che dipendono da variabili non controllabili.
Un raccolto andato male in Ucraina può svuotare il piatto di un giapponese affamato.

La rivoluzione francese è lontana
L'indice dei prezzi del cibo è tornato, nella seconda metà del 2012, ai livelli del 2007-2008, che come si sa non sono stati economicamente fortunati, anzi, l'innalzamento dei prezzi di cibo e petrolio hanno contribuito grandemente alla recessione globale di questi anni. A determinare la crescita dei prezzi sono stati il gran caldo sia negli Stati Uniti – la siccità che crepava i terreni – sia in Siberia e nell'Asia centrale: il raccolto di cereali in Russia è crollato del 33 per cento rispetto all'anno scorso, il peggiore da quando negli anni Sessanta, nel bel mezzo della Guerra fredda, il regime sovietico dovette comprare grano dagli Stati Uniti.

L'Unione europea non può approfittarne perché anche da noi la stagione non è stata ricca (la produzione di grano è diminuita del 4 per cento) e lo stesso vale per Argentina e Australia. Le conseguenze di queste altalene di prezzo possono essere devastanti per chi, come gli abitanti dei Paesi più poveri, spende in cibo tra il 50 e il 70 per cento del suo magro reddito mensile (nei Paesi occidentali l'incidenza della spesa per il cibo sul totale è in media del 10 per cento).

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