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Questo articolo è stato pubblicato il 14 ottobre 2010 alle ore 07:53.
MILANO - Va dove ti porta l'incentivo, solitamente lontano dai patri confini, dove ancora c'è fame di impianti e macchinari per fonderie. Francesco Savelli è globetrotter per definizione: direttore marketing e vendite della Savelli Spa di Brescia, da sei generazioni nelle mani dell'omonima famiglia. Questo suo peregrinare per i mercati internazionali l'ha portato ultimamente a Waterloo, Iowa, campi di grano a perdita d'occhio, dove John Deere, storico produttore di trattori, gli ha da poco assegnato parte di una commessa da 100 milioni di dollari. Savelli fornirà al gigante americano la nuova unità di formatura automatica dalla quale usciranno tutti i getti fusi in ghisa che compongono le macchine agricole e di movimentazione terra: «È la vendita più importante della nostra storia», dice, anche se non vuole rivelare il valore della commessa, «per dovere di riservatezza nei confronti del cliente».
Deve trattarsi comunque di una bella cifra, tale da fargli scommettere su un raddoppio del fatturato nel 2010 rispetto ai circa 25 milioni dell'anno prima, quando l'azienda aveva accusato i contraccolpi della crisi. John Deere ha beneficiato per il suo investimento di un pacchetto di incentivi fiscali piuttosto vantaggioso, spalmato nell'arco di un ventennio. Roba rara ormai, in Italia e nell'Unione europea, ma forse utile se si vuole continuare a mantenere un significativo presidio manifatturiero.
Savelli, che è anche vicepresidente di Amafond, l'associazione italiana dei fornitori di macchine e prodotti per la fonderia, più che raccontare l'ultimo successo della sua azienda, racconta la fatica di questo successo: contro i venti della peggior crisi economica del dopoguerra e da un paese le cui infrastrutture fisiche e normative non sono tra le migliori in Europa per promuovere lo spirito d'impresa e alimentare la propensione al rischio di mercato. Eppure è riuscito ad avere la meglio in Iowa su concorrenti diretti, uno tedesco e uno giapponese, più grandi della Savelli Spa: «Che cosa hanno apprezzato gli americani, oltre ovviamente alla nostra tecnologia di punta? La facilità di comunicazione, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi giorno della settimana, week-end compresi: potevano sempre raggiungerci. Poi il fatto che siamo abituati a lavorare, nel manifatturiero italiano, come sarti. Cuciamo fabbriche su misura e ci adattiamo alle esigenze del cliente. Giapponesi e tedeschi propopongono soluzioni molto più standardizzate, dove spesso è il committente a doversi adattare».







