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Questo articolo è stato pubblicato il 04 marzo 2013 alle ore 17:53.

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I salvataggi del Meccanismo europeo di stabilità sono di quanto appena detto, con il Fiscal compact che ora vincola i firmatari a obiettivi di disavanzo più rigorosi e all'aggiustamento strutturale. E una maggiore austerità è una condizione essenziale, anche se non ben rimarcata, della disponibilità della Banca centrale europea di acquistare quantità illimitate di debito pubblico a breve termine dei Paesi in difficoltà.

Finora, il "bazooka" rappresentato dal programma di "operazioni monetarie a termine secco" della Bce ha sortito l'effetto desiderato, pur senza essere utilizzato. I mercati finanziari dell'eurozona si sono stabilizzati, e l'euro si è rivalutato nei confronti del dollaro e dello yen. Tuttavia, come indicano le recenti dichiarazioni di Hollande, un apprezzamento della valuta è l'ultima cosa di cui un Paese non competitivo come la Francia ha bisogno.

Anche se il governo francese, a differenza di quelli spagnolo e italiano, non ha mai avuto difficoltà a finanziarsi a tassi d'interesse bassi, l'apprezzamento della valuta mentre il Paese scivola nella recessione equivale a nient'altro che gettare benzina su un fuoco spento. A meno che la crescita non venga stimolata, il già consistente debito pubblico della Francia è destinato a crescere fino a livelli insostenibili, con il rischio che gli investitori scelgano di evitare i titoli di Stato francesi.

Da questa difficile situazione nasce l'idea, molto di moda, che il mercato obbligazionario sarebbe favorevole a una minore austerità fiscale, perché ciò rafforzerebbe la crescita economica, facendo a sua volta apparire il livello del debito pubblico più sostenibile nel lungo periodo. Non sorprende che Moscovici stia spingendo per una "decisione collettiva europea" volta ad alleggerire i termini del trattato fiscale, tenuto conto che l'adempimento da parte francese richiederebbe nuovi, massicci tagli alla spesa.

Accetterà la Germania un simile alleggerimento o, ugualmente, la richiesta implicita di Hollande che la Bce segua l'esempio del Giappone e allenti la politica monetaria per far scendere i tassi di cambio?

A differenza del Giappone (e, naturalmente, degli Stati Uniti), la Francia, in qualità di membro di un'unione monetaria, non può perseguire obiettivi interni in modo unilaterale. Per evitare il disastro, il Paese ha soltanto due opzioni: indurre, in qualche modo, un cambiamento nella politica tedesca, o proseguire da solo.

Sono due le ragioni per le quali, fino ad ora, la seconda opzione, cioè uscire dall'unione monetaria, non era mai stata considerata. La prima ha a che fare con i rischi economici e finanziari: abbandonare l'euro potrebbe innescare una crisi del sistema bancario, fughe di capitali, inflazione e forse anche un default sovrano.

D'altro canto, però, una maggiore competitività e l'erosione del valore reale del debito supererebbero presto questi costi riaccendendo la fiducia nelle prospettive dell'economia francese. Il successo di questa strategia, a partire dalla rapidità del ripristinato accesso al finanziamento esterno, dipenderà dalla credibilità delle politiche di governo - monetaria e fiscale - ma, soprattutto, dalle radicali e indispensabili riforme sul fronte dell'offerta, per le quali ora c'è margine di movimento.

Lo spettro di una perdurante stagnazione economica e di un tasso di disoccupazione in continua crescita (che colpirebbe soprattutto i lavoratori giovani e quelli anziani) dovrebbe eliminare il secondo ostacolo geopolitico a un'uscita della Francia dalla zona euro. Sin dalla Seconda Guerra Mondiale, infatti, le élite francesi hanno considerato l'allineamento con la Germania fondamentale per l'immagine della potenza e dell'influenza del Paese. È arrivato il momento di sacrificare le loro ambizioni per il benessere della comunità.

La Francia non riacquisterà la propria forza economica senza mettere da parte l'euro. Ma anche durante tale aggiustamento, non c'è alcun motivo per cui le relazioni con i partner europei debbano risentirne in senso fondamentale. Al contrario, la prosperità sostenibile che ne potrebbe derivare creerebbe una base molto più solida per perseguire una "unione sempre più stretta" dell'Europa.

Traduzione di Federica Frasca

Brigitte Granville è docente di economia internazionale e politica economica presso la Queen Mary, University of London.

Copyright: Project Syndicate, 2013.

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