Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 11 aprile 2013 alle ore 11:55.

My24
Jean-Claude JunckerJean-Claude Juncker

Fa un certo effetto vedere Jean-Claude Juncker, dopo anni di strenue battaglie, ammainare lo stendardo del segreto bancario. Soprattutto per chi ricorda il premier di lungo corso del Lussemburgo, livido in volto, al vertice europeo di Feira del 2000, lamentarsi perché, invece di concentarsi sull'armonizzazione fiscale, i leader europei avevano puntato sull'obiettivo «meno ambizioso» dello scambio di informazioni per lottare contro l'evasione.

O se si ricordano le sue agguerrite schermaglie in tante riunioni dell'Ecofin e dell'Eurogruppo (da lui presieduto dal 2005 all'inizio di quest'anno) al fine di strappare per Lussemburgo, con Belgio e Austria, una trattenuta alla fonte sui redditi dei risparmiatori non residenti, in alternativa allo scambio di informazioni che entrò in vigore nel resto dell'Ue il 1° luglio 2005. E poi di vincolarne l'applicazione all'esito di difficili negoziati con Svizzera, Lichtenstein e altri paradisi extra-Ue.

Per oltre un decennio l'"europeista" Juncker ha difeso con pervicacia un interesse nazionale: la proverbiale discrezione che ha facilitato il boom di un settore bancario e finanziario nazionale di dimensioni equivalenti a 20 volte il Pil di un Paese di 500mila abitanti, che ospita 141 banche di 26 Stati e 3.840 fondi di investimento venduti in 70 altri Stati, con attività per 2.500 miliardi, in questo caso pari addirittura a 55 volte il Pil del Granducato. Proprio strano, sentire ora Juncker affermare con nonchalance che il Lussemburgo può introdurre lo scambio automatico di informazioni dal gennaio 2015. Le ragioni della storica capitolazione? In tempi di feroce crisi e di bilanci nazionali austeri, si fa asfissiante la pressione degli Stati Uniti e dei grandi Paesi europei su Svizzera, Lussemburgo e ogni altro Stato che si presti, con l'opacità del suo sistema bancario, ad agevolare l'evasione fiscale dei grandi investitori inernazionali. L'annuncio dell'altro ieri di Italia, Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna di voler lavorare a «una piattaforma multilaterale di scambio di informazioni» non è che l'ultimo segnale.

E poi c'è stata la crisi di Cipro e la crescente consapevolezza nell'Eurozona che un settore bancario ipertrofico (otto volte il Pil per Nicosia) sia comunque un fattore di malsana fragilità. Certo, le situazioni dell'isola e del Granducato sono diversissime. Però una domanda sull'argomento (riferendosi al Lussemburgo senza citarlo espressamente) è già stata posta all'ultima conferenza stampa a Francoforte di Mario Draghi. Alla quale il presidente della Bce ha risposto che in effetti «Paesi in cui il settore bancario è svariate volte più grande dell'economia sono, in media, più vulnerabili». Le due opzioni indicate da Draghi in questi casi sono state: o di ridimensionare il settore bancario o di accantonare riserve statali aggiuntive e, in ogni caso, «di gestire sia il Paese che il settore bancario in modo più prudente». Un ulteriore stimolo, forse, per monsieur Juncker a tirar giù l'ormai sgualcita bandiera del segreto bancario per la quale aveva tanto combattuto.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi