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Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2012 alle ore 08:55.

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Partiamo dalla fine, da quello che il distretto di Casarano non è più.
Non è più la terra promessa di due uomini, il vecchio patron Antonio Filanto (3.300 dipendenti diretti fino alla fine del secolo scorso), scomparso un anno fa e chiamato affettuosamente dai suoi paesani mesciu (maestro) Uccio; così come Tricase non è più il regno di Adelchi Sergio (Sergio è il cognome), cognato di Filograna ed ex direttore commerciale dell'azienda di Casarano, che nel 1981, dopo il sequestro del futuro cavaliere del lavoro Antonio Filograna, se ne va da Casarano e crea a Tricase, sulla costa adriatica, un'azienda nello stesso segmento di mercato (oltre 2 mila operai diretti).
Ai tempi d'oro, solo la Filanto sfornava 60mila scarpe da passeggio e per il tempo libero al giorno. È un'immagine evocativa: le tarantate salentine descritte nel 1959 dal l'etnologo Ernesto De Martino in «La Terra del rimorso», che si trasformano nelle operose lavoratrici di una gigantesca fabbrica fordista.

I prezzi sono stracciati (massimo 20mila lire al paio), la qualità una conseguenza del prezzo. Il mercato sembra disposto a inghiottire tutto. Filograna e Sergio esportano in quattro continenti. Ma già nei primissimi anni 90 suona pericolosamente la campana: il mondo sta cambiando. Puntuale, ne dà conto il Sole 24 Ore in un articolo del 28 agosto 1991 firmato da Vincenzo Chierchia. Corea e Taiwan cominciano a infliggere colpi durissimi ai salentini. Gli esperti sono compatti e invocano per il distretto tre scelte sopra tutte: snellire gli addetti, alzare il livello qualitativo dei prodotti, lavorare con un marchio proprio.
Non succede nulla. Tanto c'è ancora ossigeno. La Filanto va nella direzione opposta a quella indicata e ingrossa i dipendenti diretti fino a portarli a 3.300. Adelchi Sergio, invece, avvia la prima timida diversificazione in Albania. Ormai è già chiaro che su una fascia di prodotti «da battaglia» il costo del lavoro italiano non può competere con quello dei paesi emergenti. Gli scricchiolii che si avvertono dopo la caduta del muro di Berlino si tradurranno in un fragore assordante allo scoccare del nuovo secolo.

Da allora è lo stillicidio della cassa integrazione straordinaria e della cassa integrazione in deroga a scandire la vita di Casarano e Tricase. Le due aziende, ormai diventati gruppi, collassano. La Sergio, addirittura, in amministrazione controllata. Nessuno si stupisce, ma le dinamiche sociali sono decisamente meno controllabili dei teoremi economici. Il tetto di Palazzo Gallone, sede del Comune di Tricase, viene occupato ripetutamente dagli operai della Sergio in Cig per protestare contro la delocalizzazione in Bangladesh. Mobilitazione permanente e situazione che lo stesso sindaco di Tricase definisce «esplosiva». Non potrebbe essere diversamente con 2.500 lavoratori che sopravvivono grazie agli ammortizzatori sociali (la stragrande maggioranza incassa la Cig in deroga che scadrà alla fine del 2012). I rattoppi sono stati peggio dei buchi. Nel 2010 il vecchio Filograna inaugura la Leo Shoes, la fabbrica formata dai dipendenti in Cig di due aziende del gruppo (Tecnosuole e Zodiaco) che secondo il cronoprogramma entro il 2013 avrebbe dovuto occupare trecento persone, con una progressione di cento unità all'anno.

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