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Questo articolo è stato pubblicato il 11 aprile 2013 alle ore 06:45.

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«Negli ultimi 10 anni abbiamo investito un grossa cifra. Direi 40 milioni». Non è il ceo di un gigante che fattura miliardi a esprimersi così sugli investimenti in ricerca e sviluppo della propria azienda. La Sabo è una realtà da 125 milioni di euro che sta facendo fortuna con gli additivi per le materie plastiche e la cosmesi (fatturava 60 milioni di euro nel 2006). L'amministratore, Paolo Bottazzi, è anche un componente della famiglia fondatrice, nel 1937, di questa azienda della Bergamasca che rappresenta come tante altre realtà la nuova frontiera della chimica italiana. Che non è più quella dei colossi Enichem, Montedison, Snia. Oggi la chimica italiana è Versalis, Bracco, Radici, Mossi & Ghisolfi, Mapei, Olon, Polynt e tante altre. Imprese leader, ma con dimensioni medie e una spiccata specializzazione. Oggi non è più solo petrolchimico, cloro, concimi o plastica, ma è soprattutto chimica di base specializzata, vernici speciali, collanti, fertilizzanti, detergenti, cosmetici, principi attivi farmaceutici (si veda articolo a lato).

E quella del settore, che è diventato il primo fornitore dei più importanti comparti del made in Italy, è soprattutto una storia di eccellenze. La Endura di Bologna, per esempio, che ha sviluppato un polimero di cui è leader nel mondo e che serve per le tende contro le zanzare malariche. O la Sinterama di Biella, come la Aquafil di Trento, che giocano la loro partita nel mercato delle fibre sintetiche dove l'egemonia della Cina rappresenta un Moloch. La chimica italiana oggi è anche Versalis, il nome con cui Eni ha sostituito "Polimeri Europa". Un cambio andato di pari passo con la mutata strategia, volta alla riconversione del sito di Priolo, nel Siracusano. Alla fermata (fra agosto e novembre) dell'impianto del polietilene seguirà una riconversione verso prodotti di maggiore sostenibilità e innovazione.

Eccole le due parole chiave, imprescindibili per spiegare la transizione, ma anche il futuro di una chimica italiana che nel 2012 ha visto un calo del fatturato (-2,7%) pagando la crisi dei settori a valle, dalle auto alle costruzioni, ma che per il 2013, pur con l'incognita di una domanda interna che non permette di essere particolarmente ottimisti, ritiene ancora possibili risultati positivi (+1%) sospinti dalla domanda estera (+4%).

Una chimica, in definitiva, che presenta alcune situazioni ancora da definire – per esempio la Vinyls, 500 dipendenti tra Porto Torres (Sassari), Porto Marghera (Venezia) e Ravenna, da tre anni in amministrazione straordinaria – ma che comunque non si può ritenere in crisi. Prova ne è il fatto che il 60% dei grandi gruppi, secondo un'indagine Federchimica, è tornato ai livelli pre-recessione. Soffermandosi infine sull'occupazione, il buon rapporto fra sindacati e parti datoriali ha da sempre rappresentato un plus, come dimostra anche l'ultimo contratto di categoria (2013-2015), chiuso nel pieno di questa interminabile recessione dopo soli 4 giorni di trattative e con tre mesi d'anticipo sulla scadenza. Oppure la nascente scuola per le relazioni industriali cui contribuiranno, insieme, imprese e sindacati.

In questo quadro, sostenibilità e innovazione rappresentano i veri pilastri per le strategie di un'industria con una platea di addetti che si è ristretta in cinque anni (11mila in meno), ma che resta al terzo posto nel ranking europeo – con 52,8 miliardi di euro di fatturato – dopo Germania e Francia. «La chimica – afferma il presidente di Federchimica, Cesare Puccioni – soffre ancora di stereotipi negativi, ma negli ultimi 30 anni è molto cambiata e ha raggiunto risultati di eccellenza in termini di sicurezza, salute e rispetto dell'ambiente. Lo dimostrano i numeri: dal 1990 abbiamo ridotto del 63 per cento le emissioni di gas serra, superando abbondantemente l'obiettivo Ue fissato per il 2020, del 65 per cento quelle in acqua, del 94 per cento quelle in aria. Dal 2001 i consumi idrici sono diminuiti del 38 per cento e i consumi energetici del 29. E dal 2005 abbiamo ridotto del 12 per cento la quota di rifiuti prodotti». Percentuali che il numero uno di Federchimica cita con puntiglio, convinto che quello della chimica uguale inquinatori sia un luogo comune da sfatare come quello della "chimica italiana che ormai è morta". «Ma per carità. Avendo una produttività del 50 per cento superiore alla media nazionale, la chimica è un settore difendibile nel medio periodo dall'aggressività dei Paesi emergenti».

Riguardo all'innovazione, la metà circa delle imprese della chimica è impegnata nella ricerca (21% la media dell'industria) con una spesa in R&S intramuros pari al 7% del valore aggiunto (quota doppia rispetto all'industria) e una quota sul totale degli addetti più che doppia rispetto alla media dell'industria italiana.

C'è poi una terza parola chiave: internazionalizzazione. Negli anni della grande crisi è salita dal 32 al 41% la quota di fatturato realizzata con produzione all'estero dai principali gruppi chimici a capitale italiano. Un trend in crescita che potrebbe rafforzarsi, a guardare il +3% previsto per la domanda mondiale nel 2013. «Abbiamo due siti produttivi in Usa, 1 in Brasile, 1 a Singapore e 1 in India», racconta Paolo Buzzella, managing director della Coim di Offanengo, a pochi chilometri da Cremona, attiva dal 1962 nella produzione di poliuretani con alte specializzazioni, con 800 dipendenti e 715 milioni di fatturato. «Qui in Italia – aggiunge Buzzella – ci vogliono 1.200 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado. Per non parlare delle normative inutilmente costose e più gravose della media europea e dell'alto costo dell'energia». Sarebbe però sbagliato pensare a una volontà di fuga: «La ricerca, come si fa qua, con le competenze e il materiale umano a disposizione, non si fa altrove».

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