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Questo articolo è stato pubblicato il 07 maggio 2013 alle ore 06:44.

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Di questo passo a fine anno saranno quasi 15mila. Un esercito di aziende costrette a portare i libri in tribunale, con un'accelerazione della crisi che Cerved Group registra nell'analisi dei fallimenti, monitorata quotidianamente per il Sole 24 Ore. Il dato che colpisce è il peggioramento progressivo all'interno di uno scenario già compromesso. Perché se nei primi tre mesi si registrano tra le imprese italiane oltre 3500 fallimenti, con una crescita del 12,2% che porta i valori assoluti al nuovo record negativo trimestrale, nelle settimane successive è andata anche peggio, con un bilancio che dall'inizio dell'anno vede 5.279 default, in crescita del 16,2% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Si tratta di 42 crack al giorno, sabati e domeniche inclusi, con una proiezione per fine anno che in assenza di un cambiamento nel trend vedrebbe i fallimenti superare le 14mila unità, circa 2mila in più rispetto all'anno precedente.

Del resto, il balzo delle chiusure aziendali pare inevitabile alla luce dei numeri attuali dell'economia italiana. Con una produzione industriale in calo da 18 mesi consecutivi, la riduzione di consumi e investimenti, la frenata preoccupante dell'export, l'erogazione sempre più rarefatta del credito, a costi mediamente doppi rispetto alla Germania. Ieri dall'Istat è arrivata l'ennesima conferma delle difficoltà, con la cassa integrazione lievitata ad aprile di altri sedici punti percentuali, arrivando a 100 milioni di ore autorizzate nel mese.

Scomponendo i numeri di Cerved Group tra gennaio e marzo, balza agli occhi anzitutto il netto peggioramento delle regioni "traino" dell'economia italiana, con aumenti dei default del 35,3% in Emilia Romagna, del 23,8% in Lombardia, del 22,6% in Veneto. Nord Ovest e Nord Est sono così le aree del paese più penalizzate da questa nuova ondata di crisi, mentre Centro e Sud riescono a limitare i danni.

«È il dato più preoccupante – spiega l'amministratore delegato di Cerved Group Gianandrea De Bernardis – perché la corsa dei fallimenti nel nord va letta alla luce del diverso mix del settore merceologico e si sovrappone alla rinnovata difficoltà nell'industria, che invece nel 2012 era riuscita a riprendersi anche grazie all'export». E proprio l'industria, nel primo trimestre, vede una crescita dei crack del 10,6%, mentre nello stesso periodo dello scorso anno vi era stata una contrazione di oltre sei punti percentuali. Peggio va al comparto dei servizi mentre dopo anni di scrematura e crisi profonda per l'edilizia l'aumento del ricorso al tribunale si limita al 6%.

Altro dato per nulla rassicurante è quello che emerge dalla scomposizione per forma giuridica, dove ad entrare in crisi non sono solo le realtà meno strutturate, ma anche e soprattutto quelle dalla spalle più robuste.

Nella prima parte del 2013 infatti aumentano a ritmi elevati e oltre la media i fallimenti di società di capitale (+12,6%) che in valore assoluto superano nel trimestre le 2500 unità.

Questa dinamica, in atto ormai da qualche anno anche per effetto della riforma della disciplina fallimentare, è stata accompagnata da aumenti anche tra le società di persone (+9,2%) e tra le altre forme giuridiche di impresa (+12,8%), che invece erano in calo nei trimestri precedenti.

La metà delle procedure fallimentari aperte tra l'inizio di gennaio e la fine di marzo ha riguardato aziende che operano nei servizi, con una crescita del 14% rispetto allo stesso periodo del 2012. In aumento, come detto, anche i fallimenti nell'industria, l'unico comparto in cui il fenomeno stava lentamente regredendo, mentre ora registra ben 639 casi tra gennaio e marzo, il che significa che ogni giorno hanno chiuso i battenti sette imprese manifatturiere.

In grande fermento, sfruttando l'abbondanza di "materia prima" è invece il settore delle aste giudiziarie o dell'usato (si veda altro articolo) e anche Cerved Group, attraverso la controllata Jupiter, sperimenta direttamente l'altra faccia della crisi. «Nostro malgrado siamo diventati anche broker di barche – spiega De Bernardis – e quello che colpisce è che si vende solo all'estero. Di compratori italiani al momento non si vede traccia».

L. Or.

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