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Questo articolo è stato pubblicato il 17 febbraio 2014 alle ore 08:26.
L'ultima modifica è del 17 febbraio 2014 alle ore 15:16.

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Ma è tempo di affermare a chiare lettere che il sistema manifatturiero nella sua grande maggioranza non c'entra nulla con la bassa crescita del Pil italiano, le cui cause sono invece da ricercare in una lunga agonia della domanda interna schiacciata per anni da crescenti tasse (anziché da tagli della spesa pubblica) ed infine dalla terribile austerità del 2012-14. È tempo di respingere definitivamente al mittente l'immagine di un capitalismo italiano in cui le vere imprese sottocapitalizzate (anche in termini di etica e coraggio imprenditoriale) non sono le Pmi o le dinamiche multinazionali "tascabili" cresciute in questi anni, ma quei grandi gruppi nazionali che, diversamente dai campioni tedeschi o francesi, hanno fallito la loro missione, non sono stati capaci di fare innovazione, si sono indebitati e logorati col tempo o hanno persino vissuto di rendita e di commistioni con la politica stessa prima di naufragare miseramente.

Come si può pensare che non sia valido e reattivo un sistema manifatturiero come il nostro che in 20 anni è stato capace di cambiare la sua specializzazione diventando il terzo esportatore netto al mondo di meccanica non elettronica dopo Germania e Giappone? E che in più, nel frattempo, ha conservato con successo anche le fasce di più alto valore aggiunto della moda e dei beni per la casa dove tradizionalmente siamo leader?
Come si può ritenere poco dinamico un sistema produttivo che è stato capace di far crescere il suo surplus manifatturiero con l'estero sino agli oltre 95 miliardi del 2013 non più con le svalutazioni competitive del passato ma con una moneta forte come l'euro? Come si può pensare che facciamo poca ricerca e innovazione quando nel segmento della manifattura oggi per noi più importante, la meccanica, siamo secondi solo alla Germania in Europa per spesa in R&S con oltre 1 miliardo di euro, cifra che peraltro sottostima largamente tanta ricerca informale fatta dalle nostre Pmi?

Ed ancora. Come si può affermare che abbiamo una specializzazione "sbagliata" quando nel 2012, esclusa l'energia, abbiamo avuto il secondo surplus commerciale europeo dopo quello tedesco con i Paesi extra-Ue (63,5 miliardi di euro)? O che le nostre Pmi non sono capaci di raggiungere i Paesi extra-Ue, quando nel 2012 l'Italia ha esportato nei soli primi suoi 37 mercati emergenti 100 miliardi di euro? Come si può continuare ad affermare che perdiamo troppe quote di mercato, quando dal 1999 al 2012 l'Italia è, dopo la Germania, il Paese del G-7 che ha perso meno quote nell'export mondiale assieme agli Usa?
Come si può addirittura pensare che la Lombardia sia davvero al 128° posto per competitività tra le regioni europee (una autentica assurdità scritta anche questa per conto della Commissione europea da altri "cervelli" italiani esportati all'estero)?
In definitiva, ciò che davvero oggi serve all'Italia è: meno luoghi comuni sulle imprese e più azioni incisive di politica economica. Soprattutto su questo dovrà misurarsi il nuovo Governo.

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