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Questo articolo è stato pubblicato il 08 marzo 2014 alle ore 09:49.
L'ultima modifica è del 10 marzo 2014 alle ore 10:46.

Dopo una estenuante trattativa durata quasi l'intera giornata, e' stato raggiunto ieri l'accordo tra la multinazionale americana Alcoa e le Rsu dei circa 250 operai dello stabilimenti di Fusina, a Porto Marghera. L'azienda ha ritirato la disdetta dei contratti integrativi e ha acconsentito al mantenere intatto il servizio mensa (fino a pochi giorni fa oggetto della proposta, giudicata dai sindacati irricevibile, che avrebbe visto sospendere la pausa pranzo in cambio di una continuità produttiva).

Tutto questo, a patto che si assicuri l'operatività a ciclo continuo degli impianti di produzione, grazie alla presenza costante di almeno un operaio (la pausa pranzo verrà fatta a scaglioni) e all'introduzione di 10/12 giorni di flessibilità, che permetteranno di aumentare di un turno i 19 attuali su cui lavora la fabbrica. Attualmente, infatti, la domenica pomeriggio e notte le macchine che producono laminati in acciaio sono ferme. L'accordo prevede che una volta al mese venga recuperato il ventesimo turno.

«È un ottimo risultato - ha dichiarato Ivano Morassut, delegato Fim-Cisl -, siamo soddisfatti. Anche per il fatto di aver risolto la questione con un'intesa interna, senza essere dovuti ricorrere all'intervento del ministero dello Sviluppo economico, come da più parti si auspicava».

Il punto di convergenza tra Alcoa e operai veneziani si è trovato sul filo di lana, a poche ore dalla data del dieci marzo, giorno in cui sarebbero stati disdettati tutti gli accordi della contrattazione di secondo livello presenti all'interno dell'azienda. Ora lo stabilimento può concentrare gli sforzi sul pareggio di bilancio e sul recupero entro l'anno, di almeno una parte delle perdite registrate nel 2013, circa 8 milioni di euro. Se così' non fosse, incombe sempre il rischio, a fine dicembre prossimo, di una ulteriore revisione dell'organizzazione del sito di Fusina, unico sito produttivo Alcoa in Italia, dopo la chiusura di Portovesme in Sardegna.

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