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Questo articolo è stato pubblicato il 26 febbraio 2011 alle ore 09:32.

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Ora tocca al Senato far correre «l'ippopotamo» verso la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Ad etichettare il milleproroghe con il nome del grosso mammifero era stato l'altro ieri lo stesso presidente del Consiglio. Infatti, nonostante la manciata di modifiche imposte dal gioco d'anticipo del presidente della Repubblica sui possibili profili di incostituzionalità del decreto, il provvedimento è tornato a Palazzo Madama ancora forte dei suoi 187 commi e 9 articoli per incassare il via libera definitivo a sole 24 ore dalla scadenza.

Un via libera su cui il governo sarebbe intenzionato, almeno oggi, a non giocarsi ancora una volta la carta della fiducia. La 34esima fiducia incassata in meno di tre anni di legislatura è giunta ieri alla Camera, con la maggioranza ferma a 309 sì, ovvero 10 voti in meno rispetto a "quota 319" su cui il premier Silvio Berlusconi ritiene di poter contare dopo il ritorno nel Pdl di alcuni esponenti di Fli come Luca Bellotti e Roberto Rosso. Assenza comunque previste secondo il governo, visti anche i posti vuoti tra i banchi delle opposizioni, fermatesi a 287 no.

Dal secondo giro di boa il milleproroghe esce, dunque, solo ritoccato. Le modifiche imposte al governo dai richiami di Giorgio Napolitano in settimana hanno portato alla cancellazione di nove commi rispetto ai 196 con cui era arrivato alla Camera dopo il primo esame del Senato. Tra questi il taglio della norma sulle graduatorie provinciali per i precari della scuola (misura fortemente voluta dalla Lega ma in contrasto con la recente sentenza della Corte costituzionale), di alcune disposizioni su Milano e Roma, come il ritorno da 12 a 15 del numero di assessori e il mantenimento a 60 (invece di 48) dei consiglieri comunali nelle città con più di un milione di abitanti (anche se il sindaco Gianni Alemanno ha già avvertito che la vicenda «non finisce qui»), e quella del blocco nel 2011 delle demolizioni delle abitazioni abusive in Campania.

Si è tinta di giallo la norma sul divieto di acquisto di quotidiani da parte di gruppi televisivi: con un balletto di correzioni (ufficialmente solo "formali") prima al 31 dicembre 2011 e in chiusura al più imminente 31 marzo.

All'insegna delle polemiche e dei veleni è stata comunque tutta la giornata della fiducia, con i botta e risposta tra il responsabile Luciano Sardelli e il democratico Gino Bucchino, il quale ieri aveva denunciato l'offerta di 150mila euro per passare al nuovo gruppo della Camera che sostiene la maggioranza; e soprattutto con uno scambio di accuse finali tra il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, e Gianfranco Fini: «La situazione è istituzionalmente insostenibile e lei si trova in una situazione di contrasto tra l'essere presidente della Camera e leader politico», ha puntato il dito Cicchitto, con Fini che ha replicato: «Concordo con lei, è una situazione istituzionalmente insostenibile».

Incassata la fiducia in tarda mattinata e prima di ottenere il via libera sull'intero provvedimento con 300 voti favorevoli, il governo è stato anche battuto su un ordine del giorno dell'Udc in materia di anatocismo degli interessi bancari. La norma introdotta con il milleproroghe, pur se ritoccata dal governo nel corso dell'esame della Camera, è stata al centro di una contestazione bipartisan. A tal punto che prima dello stesso voto di fiducia di ieri, il gruppo dei responsabili - manifestando apertamente con Domenico Scilipoti tutto il proprio "mal di pancia" sugli effetti della misura per i consumatori - ha strappato al ministro dell'Economia un appuntamento a via Venti settembre per ridiscutere la cancellazione della norma "anti-ricorsi". Attenzione, però: l'intervento di modifica potrà arrivare con un futuro provvedimento, ma soltanto se sarà a costo zero.

Con l'esame finale del Senato di oggi e la successiva firma del capo dello stato, da cui non si esclude un nuovo cartellino giallo almeno per il futuro, calerà il sipario sul milleproroghe, nato «purosangue» e trasformatosi in «ippopotamo».

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