Questo articolo è stato pubblicato il 30 maggio 2010 alle ore 08:02.
Maurizio Sacconi dice sì al tavolo per la produttività proposto da Emma Marcegaglia. «Un tavolo tra le parti sociali è un luogo di lavoro e il tavolo che vuole Emma serve proprio ad una intesa quadro sulla produttività del lavoro». Un tavolo che deve essere utile «a favorire accordi come quello non più rinviabile per Pomigliano d'Arco, non a caso citato dalla Marcegaglia, e che sta diventando il benchmark del salto di paradigma delle relazioni industriali. O come è stato con l'accordo di Banca Intesa con Cisl, Uil e autonomi per le mille assunzioni a tempo indeterminato nel Sud in cambio di un salario di ingresso ridotto del 20% nei primi mesi di lavoro». Per Sacconi «le parti devono avere il coraggio di derogare agli stessi contratti nazionali e, un domani, anche pezzi importanti dello Statuto dei lavoratori per realizzare duttili intese nel nome della crescita e dell'occupazione».
Il ministro del Lavoro parte oggi per Beijing, alla guida della terza grande missione di sistema Italia-Cina organizzata dall'Ice in collaborazione con Confindustria e Abi. E ci tiene a sottolineare il ruolo «della politica alta che decide» nello storico passaggio cui sono chiamati tutti i paesi dell'eurozona: «In Italia – ricorda – a differenza di quanto avvenuto altrove, le recenti elezioni regionali hanno confermato un consenso e quindi un forte mandato nei confronti del premier e della sua coalizione».
Che giudizio dà, ministro Sacconi, della manovra varata dal governo? La manovra costituisce uno strumento di straordinaria portata nella difficile transizione che sta affrontando l'Italia, insieme con gli altri paesi della vecchia Europa. Si cambiano paradigmi, si avvia a superamento il tradizionale patto sociale fatto di tanta spesa, di tanta evasione e quindi di tanto debito, il tutto fino a ieri largamente accettato. La manovra per tutto ciò avrà effetti non solo diretti ma ancor più indiretti perché segna una evidente discontinuità tra il vecchio e il nuovo mondo. E come è già accaduto in passato, in questi "tornanti", si manifesta immediatamente il tentativo di un pezzo di borghesia, interessata a scorciatoie, di buttare giù la politica pubblica per alzare gli affari privati. E non parlo delle piccole "cricche" ma di ben più grossi interessi. Invece questo è il momento di più politica e di più leadership che sappia scaldare il cuore delle persone e le accompagni al cambiamento. La stessa riduzione dell'intermediazione politica e più in generale pubblica a ciò deve servire.
Che vuole dire più politica? Più politica per costruire il punto di incontro tra disciplina e creatività come ieri è stato detto all'Ocse. Non saranno gelidi tecnocrati a costruire nuove regole della finanza globale effettivamente accettate e praticate. Non saranno i banchieri a difendere l'euro ma il solido veicolo di solidarietà politica che l'Italia per prima ha voluto. E ancora, nella dimensione interna, tocca sempre alla politica costruire quel punto di equilibrio tra disciplina e vitalità come nel caso della giustizia nella sua dimensione civile, amministrativa, contabile e, sottolineo, penale. Le imprese, quanto le persone fisiche, hanno bisogno di una giustizia sobria e veloce che, a fronte di un esito incerto, non deve produrre danni certi e immediati ai tanti stakeholders che ruotano intorno ad una azienda attraverso la facile pubblicazione degli atti. Chiedo al sistema delle imprese, pur comprensibilmente impaurito, il coraggio di partecipare alla soluzione di un male che rattrappisce il paese e lo espone a instabilità.
Ministro l'altro giorno però la platea di Confindustria è rimasta fredda davanti all'invito ribadito dal presidente del Consiglio alla presidente Marcegaglia per assumere l'incarico di ministro dello Sviluppo economico. Ma qualcuno pensava davvero che uno come Berlusconi, che sa leggere benissimo l'umore di una grande platea, soprattutto se composta da imprenditori, si aspettasse che tutti alzassero la mano? Egli ha fatto capire che tra il dire e il fare c'è di mezzo l'assunzione di responsabilità.
Lei invece era parso freddo davanti alla proposta di un'assise delle parti sociali. Venerdì Emma Marcegaglia in una nota ha parlato di un "tavolo" tra le parti sociali. Un tavolo è un luogo di lavoro. Proprio questo governo ha voluto costruire quella che ho chiamato "piattaforma riformista" cui concorrono tutte le parti sociali tranne una che si è autoesclusa. Con questa piattaforma si sono prese le maggiori decisioni, compresa questa manovra. Ed ora, per ridurre il perimetro dello stato, delle sue regole e delle sue strutture, vogliamo dare più spazio in sussidiarietà alle parti sociali attraverso gli accordi nei territori, nei settori e nelle aziende.
La base di partenza è la norma che detassa le quote di salario legate ai risultati? Abbiamo insieme concordato che i redditi fino a 40mila euro, vale a dire quelli di quasi tutti gli operai e gli impiegati, saranno beneficiari di detassazione e decontribuzione quando sono redditi che la contrattazione aziendale o territoriale collega ai risultati e a gli utili dell'impresa. Entro l'anno verrà definita l'entità degli sgravi.
Quali altre misure del decreto hanno davvero un contenuto strutturale? Lo stesso capitolo fiscale definisce un possibile punto di equilibrio tra esigenze di controllo sulla leale partecipazione dei contribuenti e non meno importanti esigenze di dinamismo commerciale. Si alza la base imponibile e si pongono le premesse per un alleggerimento vero della pressione fiscale sui redditi di lavoro e di impresa. Ma hanno un profilo strutturale anche tutte le misure che intervengono per contenere drasticamente la spesa corrente e che consentiranno in occasione della prossima finanziaria di individuare le risorse per gli investimenti nell'università, per il credito d'imposta a favore della ricerca e dell'innovazione, per le infrastrutture, i contratti locali di produttività. Saranno misure per la crescita che si aggiungeranno a quelle peraltro già presenti nel decreto come l'abbattimento dell'Irap per le nuove imprese del Mezzogiorno o gli 800 milioni recuperati per opere cantierate.
Solo lei concorre a sciogliere cinque enti. Ci voleva la crisi dell'eurozona per queste razionalizzazioni? La crisi dell'euro ha accelerato processi che in qualche modo avevamo già disegnato e li ha resi possibili. Facciamo di necessità virtù. Penso all'istituzione di un grande polo per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro costruito attorno all'Inail, in cui confluiranno l'Ispesl e l'Ipsema. È un grande progetto, non nuovo, che finalmente si realizza.
Soccomberà l'Isae, che gode di una grande reputazione internazionale, e sopravvivono le province di Biella e Crotone... Si chiude l'Isae perché si sceglie di rafforzare l'Istat che acquisirà molti ricercatori di questo come di altri istituti.
E le province? Fatto l'errore di costituzionalizzare le province bisogna ritrovare un percorso per ridurre il perimetro pubblico a livello locale. C'è una norma nel decreto che prevede l'obbligo per i micro-comuni di associarsi per gestire in rete i servizi obbligatori. Con la Carta delle autonomie che è in Parlamento potremo semplificare e rendere più efficace il livello intermedio tra il comune e la regione. Ma dovremo asciugare anche molte aziende pubbliche regionali o locali che hanno rappresentato la fuga furbesca dai vincoli della pubblica amministrazione.
Il ministro Calderoli ha chiesto di anticipare a giugno i decreti attuativi sull'autonomia impositiva dei comuni. Lo vuole tutto il governo. Il federalismo significa che la ricreazione è finita. Saranno proprio le aree più deboli del paese ad avvantaggiarsene, è la fine del piè di lista che ancora opera e la sanità ne è il grande paradigma, è la fine dei trasferimenti ai comuni basati sulla spesa storica, frutto dell'antico compromesso fra la Dc e il Pci contenuto nel decreto Stammati.
Le regioni più virtuose potranno avere subito nuove competenze? Non vedo ostacoli rispetto al processo in corso. Si tratta di verificare a tavolino i conti: bisogna essere certi che insieme alle competenze si trasferiscano anche i costi, a partire da quelli del personale.
È soddisfatto delle misure adottate sulla pensioni? Abbiamo realizzato altri due passi avanti nella stabilizzazione del nostro sistema previdenziale senza conflitto sociale. La finestra mobile significa un anno in più ed è più equa delle finestre fisse stabilite dal governo Prodi. L'effetto di questa misura è di tre miliardi di euro a regime. Contemporaneamente con Tremonti abbiamo già firmato il regolamento che attua la norma che aggancia automaticamente l'età di pensione all'aspettativa di vita che partirà dal 2015 ma con calcolo da quest'anno. Ricordo poi che all'inizio dell'anno abbiamo introdotto i coefficienti di aggiustamento della pensione in relazione all'allungamento della vita. Sono atti concreti che arrivano dopo la riforma Maroni-Berlusconi interrotta dalla terribile retromarcia sull'età di pensione fatta dal governo Prodi e voluta da un solo sindacato, in controtendenza con le scelte che si andavano facendo in tutt'Europa.