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No dei comuni al federalismo di Calderoli. Bossi: o la riforma o si va al voto. Il punto (video) di Folli

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Questo articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2011 alle ore 13:23.

Il testo del decreto sul fisco municipale contiene al suo interno «molte incertezze su numerosi punti fondamentali per la vita dei comuni italiani. Così non va assolutamente e preghiamo il Governo di apportare gli opportuni chiarimenti quanto prima»: è il parere espresso oggi dal presidente dell'Anci, Sergio Chiamparino, secondo il quale «il provvedimento licenziato dal ministro Calderoli e ora all'attenzione della commissione Bicamerale per il federalismo è dominato da confusione e incertezza, che probabilmente sono il prodotto dell'attuale fase politica che Governo e Parlamento stanno vivendo».

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Bossi: o riforma o voto
Tutto questo mentre Umberto Bossi rilancia: «Ieri abbiamo sancito che se non si passa il federalismo, si va al voto. Berlusconi è d'accordo. Ma passa al 100 per cento», ha detto il leader della Lega Nord, sintetizzando l'esito della riunione di ieri notte con il premier Silvio Berlusconi. «Adesso aspettiamo la commissione», ha aggiunto, ma «non possiamo stare qui a far niente», aggiunge il Senatur lasciando intendere la volontà per il Carroccio l'obiettivo principale resta completare la riforma federale e che il voto anticato è soltanto la «extrema ratio». Sulla discussione sul primo decreto attuativo del federalismo fiscale Bossi ha però annunciato che darà il suo ok a un'eventuale rischiesta di proroga ("di qualche giorno", massimo di una settimana).

Tremonti: l'approvazione in questa legislatura
L'opinione del ministro dell'Economia Giulio Tremonti su questo fronte è che la riforma federale sarà approvata in questa legislatura. «Il federalismo - ha detto - è una straordinaria riforma che in progressione riporterà dritto l'albero storto della finanza pubblica». Secondo il ministro «l'Italia era un paese molto più federalista ai tempi di Mussolini». Poi si è scelto di accentrare tutto distruggendo la finanza locale. Un processo di concentrazione che, secondo il ministro, ha portato a un «alto debito pubblico, elevatissima evasione fiscale e il non elevato grado di moralità nella cosa pubblica». Quanto alla possibilità di modifiche al decreto, il titolare del Tesoro si è limitato a dire che il confronto con il presidente dell'Anci, Sergio Chiamparino, «continua».

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Terzo polo e Pd: o il testo cambia o voteremo no
«Il testo sul federalismo così com'è non ci piace pertanto domani presenteremo un emendamento al disegno di legge di conversione del decreto milleproroghe per prorogare i tempi della delega. Se ce lo bocceranno noi voteremo no», ha detto il senatore Mario Baldassarri, esponente di Fli e presidente della Commissione finanze del Senato. Domani, 21 gennaio, il terzo polo ha annunciato una conferenza che si terrà a San Macuto per spiegare nel dettaglio le proprie ragioni. A chiedere la proroga (di almeno 6 mesi) della legge delega sul federalismo fiscale è anche il Pd. Se le dilazioni non dovessero essere concesse e il governo non dovesse accogliere alcuni emendamenti proposti, il Pd voterebbe no al testo proposto ieri da Roberto Calderoli. Secondo il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani «Il decreto sul federalismo è addirittura peggiorato rispetto alla prima versione per cui o il governo accetta di rinviare, di due o tre mesi, o noi votiamo contro. Dopo di che diciamo alla Lega: con questo governo non lo fate il federalismo. Potete solo raccontare balle».

Prolungare il confronto
L'Anci intanto, ha detto ancora Chiamparino, «non si schiera», perché «non ci sono le condizioni politiche per dire di sì o no». Fatto è che l'associazione dei comuni ritiene che non sia possibile siglare sul provvedimento, così come è oggi, un'intesa politica. E lancia la sua proposta: una ulteriore fase di interlocuzione con il governo e con il parlamento. La convocazione di una conferenza unificata straordinaria per discutere e modificare gli aspetti non soddisfacenti«, valutando meglio l'impatto che il decreto produrrà sulla finanza pubblica e su quella territoriale e inserendo delle integrazioni.

Calderoli: il decreto non torna in conferenza unificata
La proprosta di Chiamparino è stata però respinta da Calederoli. «È stato un incontro molto cordiale ma il ministro Calderoli ci ha spiegato che è indisponibile a far tornare il decreto sul federalismo municipale in Conferenza unificata per accogliere i nostri rilievi, perchè ciò non è previsto dalla legge 42 sul federalismo», ha detto Chiamparino al termine dell'incontro riservato che si è tenuto presso l'ufficio del presidente della Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale a cui ha partecipato il ministro per la Semplificazione e il presidente Enrico La Loggia. Comunque, precisa La Loggia, sulla richiesta di proroga per il federalismo se ne parlerà domani 21 gennaio al consiglio dei ministri. «Il ministro Calderoli - ha aggiunto La Loggia - si è riservato di dare una risposta domani dopo il cdm. Intanto i tempi restano quelli stabiliti». Su questo fronte un segnale è arrivato in serata dal leader della Lega Umberto Bossi che ha fatto sapere che darà l'ok a una proroga «di qualche giorno», massimo di una settimana, alla discussione sul primo decreto attuativo del federalismo fiscale. «Penso che per questa volta gli daremo qualche giorno in più per il decreto» ha detto. Per quanto riguarda invece la proroga all'intera legge delega sul federalismo, in scadenza il 21 maggio, Bossi ha sottolineato che «quella non si può fare».

Le richieste dell'Anci
Chiamparino chiede di modificare il decreto in più parti. Intanto, sbloccando «da subito» il potere di modificare o introdurre l'aliquota dell'addizionale comunale all'Irpef. Poi, prevedere che l'incremento del gettito dei tributi resti nei comuni dove è prodotto, estendere il contributo di soggiorno anche ai piccoli comuni (nella versione del governo è limitato solo ai comuni capoluogo) e definire un quadro dettagliato del fondo perequativo con particolare riferimento alle modalità di finanziamento dello stesso.

Calderoli: ai comuni andranno 1,5 miliardi dall'emersione delle case fantasma
Calderoli nel frattempo ha fatto i conti in tasca al decreto sul nuovo fisco municipale. Sarebbe intorno a 1,5 miliardi la cifra che potrebbe arrivare ai comuni dalla collaborazione nella lotta all'emersione delle cosiddette "case fantasma". Lo ha detto ieri di fronte alla commissione Bilancio della Camera secondo quanto si legge nel bollettino parlamentare. Calderoli, si legge nel documento, «annuncia un aumento degli importi delle relative sanzioni, al fine di renderle adeguate al costo della vita, prevedendo contestualmente che gli enti locali che si impegnano nell'attività di emersione possano ricevere il 75% delle sanzioni stesse. Fa presente che, con l'applicazione di tali disposizioni, i comuni potrebbero godere complessivamente di circa 1,5 miliardi di euro di maggiori entrate».

Ci sono 2 milioni e 800mila case fantasma
Nel decreto definitivo del federalismo fiscale sul fisco municipale presentato ieri dal governo infatti è previsto che le sanzioni per chi non si mette in regola entro il 31 marzo le sanzioni quadruplichino e il 75% di quelle entrate vada ai sindaci. Si tratta, ha spiegato Calderoli, di circa 2 milioni e 800 mila immobili.

La cedolare secca non avrà effetti negativi sulle casse dello Stato
Calderoli ha poi rassicurato sugli effetti dell'introduzione della cedolare secca sugli affitti. Ho chiesto in proposito, si legge ancora nel bollettino parlamentare, «il parere della Ragioneria generale dello Stato e del Dipartimento delle finanze, che hanno confermato l'assenza di effetti negativi per la finanza pubblica». E ancora: «in riferimento al presunto minore gettito pari a 4 miliardi di euro, lamentato in alcuni organi di stampa, si precisa che esso dipende dalla mancata considerazione del gettito derivante dalla imposta fondiaria, che non è assorbita dalla nuova cedolare secca e che comunque viene trasferita ai comuni, confermando quindi l'infondatezza di tali calcoli».

Niente Imu per ospedali, scuole e chiese
Scorrendo tra le pieghe del decreto sul fisco municipale spicca poi come per ospedali, cliniche, scuole, strutture ricettive, se legate in qualche modo alla chiesa cattolica, saranno esenti dal pagamento dell'Imposta Municipale Unica. Il decreto quindi lascia intatte le stesse esenzioni già previste per l'Ici. Questione già oggetto di indagini da parte della commissione Europea, tanto che nella prima versione del decreto l'esenzione era prevista solo per gli immobili luoghi di culto. Il decreto prevede infatti che tra le esenzioni ci siano anche quelle relative alla lettera 'i' del decreto legislativo 504 del 1992 relativa ai soggetti «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» che siano utilizzati da «enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali». Altre esenzioni sono previste: per gli immobili destinati ad attività di culto, di tutte le confessioni; per alcuni fabbricati di proprietà della Santa Sede indicati dal trattato lateranense; e per tutti gli immobili dello Stato e delle regioni, delle province, dei comuni, delle asl e delle camere di commercio. Non pagheranno l'Imu anche i fabbricati appartenenti agli Stati esteri e alle organizzazioni internazionali.

Confedilizia: ecco le conseguenze Irpef della cedolare sugli affitti
Intanto dall'ufficio studi di Confedilizia arrivano le prime stime sulle conseguenze Irpef dell'arrivo della cedolare secca sugli affitti. La cedolare secca del 23% sui contatti liberi porta queste conseguenze: dal 19,55% del canone di locazione per redditi fino a 15mila euro fino al 36,55% del canone per i redditi oltre i 75mila euro. Per i contratti concordati (cedolare secca del 20%), la proposta che emerge dai provvedimenti sul federalismo avrebbe invece questi effetti sull'Irpef: dal 13,68% del canone di locazione per la fascia più bassa di reddito fino a salire al 25,58% per i redditi oltre i 75mila euro. Le conseguenze sull'Irpef per la fascia di reddito che va da 15mila a 28mila euro sarebbero: 22,95% del canone per i contratti liberi (quattro anni più quattro), e 16,06% del canone per i contratti agevolati ("concordati", tre anni più due a canone calmierato).

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