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Questo articolo è stato pubblicato il 22 marzo 2011 alle ore 07:55.

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KAWAMATA - Tre calamità in un colpo solo e una quarta, forse, in arrivo. Sono piombate sui 151 profughi della centrale di Fukushima ospitati nella palestra della scuola elementare di Kawamata, che sulla cancellata d'ingresso porta il cartello di "tutto esaurito, non possiamo accogliere più nessuno".

Sono per lo più anziani e donne, poi bambini e giovani adulti. Vengono dalla cittadina costiera di Namie, che ha avuto il torto di essere troppo vicina al mare e alla centrale della Tepco. Terremoto e tsunami; uno sfollamento nel primo entroterra e poi il diktat del governo: evacuazione almeno a 20, o meglio oltre i 30 chilometri. A qualche giorno dal loro arrivo alla nuova destinazione, si materializza un altro allarme: Kawamata - che sta a 45 km dal mostro - è diventata suo malgrado famosa nel mondo perché, per la prima volta nella storia del Giappone (parola del ministero della Sanità) sono state rinvenute tracce di contaminazione alimentare: nel latte.

Non passa un giorno e livelli anomali di iodio 131 sono rinvenuti in volumi tre volte superiori ai limiti legali nell'acqua del paese vicino di Iidatemura, mentre a Kawamata le rilevazioni risultano inferiori ma ben oltre il normale. Anche alcune verdure hanno evidenziato che le radiazioni stanno entrando nella catena alimentare. Il governo smentisce che si sia al punto di un «immediato» rischio concreto per la salute umana, ma di fronte all'allarme internazionale - arrivato dalla stessa Organizzazione Mondiale della sanità - ha deciso ieri di bandire la commercializzazione di spinaci e kakina (un vegetale a foglie) provenienti da tutta la provincia di Fukushima e da quelle limitrofe di Ibaraki, Tochigi e Gumma. A Iidatemura ha inoltre inviato camion di acqua in contenitori, raccomandando di non bere dal rubinetto.

Arrivare a Kawamata non è facile, nemmeno con un permesso speciale che consente di imboccare l'autostrada del Tohoku, tenuta a disposizione solo per i soccorsi e per una distribuzione ancora insufficiente. Il problema principale è la benzina: occorre fermarsi quasi a ogni distributore, ci si può rifornire solo per un massimo di 2mila yen (18 euro). Alle stazioni di servizio non c'è più cibo: solo tante confezioni-regalo di mochi (un tipico dolce pastoso). Si passa per il capoluogo Fukushima mentre cala un buio pesto. Al ristorante Marumatsu, Yuya Fujita, 31 anni, e la fidanzatina Ai Motokawa, 21, non sembrano aver paura dell'acqua, visto che stanno sbafando una soba immersa nel brodo. Né temono perché gli americani hanno detto che questa zona è pericolosa in quanto sta dentro un raggio di 80 km dalla centrale: «Gli stranieri sono dei fifoni, sono scappati anche da Tokyo». Il manager del locale ha più timori: «Se questa storia dell'acqua radioattiva arriva fin qui, dovremo chiudere».

All'ingresso di Kawamata, un 7-Eleven si presenta con due scritte piazzate sui finestroni: "Non demordere, Tohoku. Reagisci da par tuo, Fukushima". All'interno gli scaffali sono quasi vuoti. «Il latte non ci è arrivato dal giorno del terremoto», dice l'inserviente Yui Shioya dietro una doppia mascherina protettiva. «Ora non arriverà più, è stato bandito. Che botta per i produttori». Nella palestra della scuola non c'è rumore né confusione né puzza. In un angolo si fa la raccolta differenziata per sei: tappi, plastica, vetro, lattine, umido e combustibile.
I volontari locali stanno dando una mano e il cibo, sia pure monotono (riso, pane, cup noodles), è fornito regolarmente. Il riscaldamento è assicurato da stufette a kerosene e ci sono coperte in abbondanza: tutto quello che manca ancora agli sfollati dello tsunami più a nord. «Ho perso la casa - dice Takeo Kawasaki, 52 anni, pescatore - la barca, il lavoro. E poi, chi vorrà più il pesce di Namie?».

«La Tepco non ci ha chiesto nemmeno scusa», afferma Hiromasa Chiba, quarantenne con moglie sdraiata al fianco. «Il governo non ci ha detto nulla, ma se otterremo qualcosina sarà da Tokyo e non certo da quelli là». Un signore che non dà il nome fa capire di essere un operaio della centrale. Ha paura a tornare, ma l'hanno richiamato: «Non posso perdere il lavoro». Sembra di capire che non sia nemmeno assunto a tempo indeterminato: a quanto pare, il gestore dei reattori non ha perso lo scandaloso vizio di far fare lavori pericolosi a personale semiprecario e magari non molto qualificato.

«Qui bevono tutti l'acqua del rubinetto, non abbiamo istruzioni diverse», dichiara il funzionario comunale di turno Mitsumasa Sato. «Non ho nulla da fare, voglio tornare a lavorare nei miei campi», dice con aria più combattiva che depressa la signora Ko Yamada, che dimostra tutti i suoi 78 anni e non sa che d'ora in poi sarà ben difficile poter vendere le sue verdure. Le luci dovrebbero spegnersi alle 22, i bambini hanno sonno. Ma nessuno protesta se il collega Pio D'Emilia di SkyTg24 chiede, con il dovuto rispetto, un'altra mezzora per la diretta.

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