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Questo articolo è stato pubblicato il 28 marzo 2011 alle ore 08:37.
L'ultima modifica è del 28 marzo 2011 alle ore 06:37.

Prima di tutto l'abilitazione nazionale e i nuovi meccanismi per la selezione dei docenti. La priorità del ministero dell'Università nel maneggiare il ciclopico cantiere attuativo della riforma Gelmini è chiara (e giusta), e dovrebbe produrre a breve i provvedimenti chiave dopo quello di avvio approvato a gennaio. Firmare i decreti, però, non basterà per poter dire di aver raggiunto il traguardo.

I concorsi universitari soffrono da tempo, e i bandi scritti troppo spesso senza badare alla programmazione e delle compatibilità economiche hanno prodotto una valanga di vincitori a cui non è stato possibile trovare un posto. Far ripartire le selezioni senza tener conto di questo aspetto, mentre da qui al 2016 occorrerà anche chiamare 1.500 professori di seconda fascia ogni anno come prevede la legge Gelmini, rischia di ingolfare il sistema.
Per dare certezze, poi, è urgente chiarire il quadro delle regole per i nuovi ricercatori e gli assegnisti, che sono il futuro dell'università; risolvere la sfida della riforma in una partita tutta interna ai docenti già in cattedra sarebbe un peccato. Mortale.

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