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Questo articolo è stato pubblicato il 11 aprile 2011 alle ore 06:38.

(AFP/NASA)(AFP/NASA)

Tornando al problema del rapporto costo-ricavi, oltre alle conoscenze dirette ottenute (dalle rocce lunari portate sulla Terra alle prime analisi del suolo di Marte svolte da sonde automatiche, fino alle informazioni sulle più lontane galassie, ottenute grazie al telescopio spaziale "Hubble", costato 10 miliardi di dollari), occorre tener conto anche delle ricadute pratiche che le tecnologie sviluppate a fini spaziali hanno avuto sulla vita di tutti gli abitanti del pianeta, dall'enorme sviluppo dei calcolatori elettronici ai nuovi materiali prodotti nella gigantesca Stazione spaziale internazionale (Iis) che da 13 anni orbita a 350 km di quota, dal sistema planetario di Tlc (video e telefonia) via satellite alla possibilità di previsioni meteo sempre più precise al sistema Gps che ha "banalizzato" i navigatori satellitari. Ebbene, a fronte di tutto ciò, è stato saggio spendere a tali fini quell'enorme massa di denaro?

La ricerca paga
La risposta, in generale, non può che essere positiva. «La conoscenza non ha prezzo», è uno dei "mantra" che ogni università o laboratorio di ricerca mondiale ripete per giustificare il suo lavoro e i fondi reclamati per operare. Se non si cade nelle assurdità che portano ogni anno ad assegnare il "Premio Ig-Nobel" (ricerche al limite del surreale, come la lievitazione magnetica delle rane o le sovrascarpe in tessuto per non scivolare sul ghiaccio tra le vincitrici del 2010), la ricerca effettivamente paga. E quella spaziale più di ogni altro comparto, probabilmente militare escluso. La Nasa da sola vanta ben 6.300 brevetti, dal metodo più avanzato per depurare le acque, sviluppato per riciclare l'urina degli astronauti, alla visione iper-spettrale, usata oggi nelle più avanzate tecniche operatorie anti-cancro. Alcuni di questi sono diventati oggetti di uso quotidiano come gli apparecchi invisibili di ortodonzia, le lenti antigraffio per occhiali, i rilevatori di fumo antincendio e gli utensili senza fili.

Certo, con 825 miliardi di dollari (i soli stanziamenti Usa) si sarebbero potute fare molte altre cose straordinarie: risolvere, forse in modo definitivo, il problema della fame nel mondo. Oppure combattere in via preventiva alcuni effetti nefasti dei mutamenti climatici che già in passato si andavano profilando (avanzata dei deserti, siccità ricorrenti, dissesti idro-geologici) e curare le conseguenze di tanti disastri biblici: il solo tifone che portò alla nascita del Bangladesh nel 1970 causò non meno di 300mila vittime. O ancora – come reclama da sempre una parte dei critici delle spese spaziali – avviare una campagna di ricerche mediche di massa per debellare alcune delle principali malattie che continuano a fare strage nel mondo, dal cancro alla malaria. Un complesso di misure ragionevoli per migliorare le condizioni di vita nel Terzo mondo, il cosidetto "Millenium Development Goals", che intendeva conseguire 8 grandi traguardi diversi in campo sanitario, idrico, sociale ed educativo entro il 2015 (traguardo ormai irraggiungibile per mancanza di tempo e adeguati stanziamenti), prevedeva un esborso totale di "soli" 190-195 miliardi di dollari.

Nonostante queste tentazioni di spesa "eticamente orientata", la scelta che ha portato a puntare prima alla corsa alla luna e poi alla sempre più profonda conoscenza del sistema solare va comunque considerata "pagante". I risultati finora ottenuti testimoniano che il sapere spaziale produce ricadute eccellenti, anche se spesso non di clamorosa evidenza. In grado però di migliorare in modo radicale la vita nostra e delle prossime generazioni.

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