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Questo articolo è stato pubblicato il 16 luglio 2011 alle ore 23:49.

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Arrivano stremati, i volti scavati e le costole che affiorano dalla pelle tirata per la fame. I più fortunati pigiati su minibus fatiscenti o sul dorso di muli, gli altri a piedi, dopo aver percorso per due settimane una pista sterrata lunga 200 chilometri in mezzo al nulla. Senza cibo e con pochissima acqua, spesso depredati dai banditi. Una volta superata la frontiera con il Kenya qualcuno cade a terra.

Nei campi profughi del Kenya ne arrivano ormai quasi 2mila al giorno, in Etiopia più di mille. È un flusso di disperati, inarrestabile. Le terre che si sono lasciati dietro sono state bruciate dalla siccità e da una guerra che si trascina da diversi anni. Non c'è acqua e il bestiame, unica fonte di sostentamento, è stato decimato. E' una delle siccità più gravi che ha colpito il Corno d'Africa negli ultimi 60 anni. Cinque i paesi coinvolti: Etiopia e Somalia, già martoriate negli ultimi decenni dalle carestie, il nord del Kenya, alcune aree del neo nato Sud Sudan, e il piccolo Gibuti. Prima erano otto, oggi sono undici milioni le persone a rischio, che necessitano urgentemente di aiuti alimentari.

Quasi ignari, inconsapevoli di quello che sta realmente accadendo, i profughi somali si accalcano alle porte dei campi profughi. Non sanno che le aree da cui provengono hanno superato il livello 4 del Sistema di Allerta Precoce dell'Unità di Analisi della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione per la Somalia (FSNAU). Vale da dire "emergenza", una macchia rossa sulla Carta dell'agenzia. Raggiungere il livello 5 significa "fame, catastrofe umanitaria" ovvero aumento del 30% di malnutrizione acuta per i bambini inferiori ai 5 anni, tasso di mortalità giornaliero di 2/10mila, l'accesso a meno di 4 litri d'acqua pro-capite al giorno e meno di 1.500 kilocalorie al giorno.

«È il peggior disastro umanitario del mondo - ha dichiarato gli scorsi giorni Antonio Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) - durante un viaggio in Somalia. Un quarto della popolazione somala è costituita da sfollati».

Questa volta i capricci del clima sono stati particolarmente severi.
La nina, la corrente oceanica che influenza i fenomeni di siccità, è stata spietata. Niente pioggia, o solo qualche precipitazione sporadica, per quasi due anni. Ma si poteva intervenire prima, e meglio. Da Roma Greg Barrow, portavoce del World Food Programme, preferisce la cautela. «Nessuno lo mette in dubbio. Questa è una siccità molto severa. Alcune agenzie l'hanno definita la peggiore degli ultimi 60 anni. Non siamo per ora allo stadio di "famine", carestia. Ma il rischio concreto che possa divenirlo è reale. Anche se la ciclicità delle siccità è passata da sette a due anni, rispetto alla grande carestia del 1984-85 (quasi un milione di vittime, ndr) la comunità internazionale è molto più preparata».

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