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Questo articolo è stato pubblicato il 04 agosto 2011 alle ore 07:56.

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Ci sono due guerre in fase di chiusura; centinaia di migliaia di reduci che torneranno a casa; ci sarà fra qualche settimana il sobrio decimo anniversario dell'attacco dell'11 settembre; c'è stata, appena il 1° maggio scorso, l'uccisione di Osama Bin Laden. La vendetta. E una staffetta fra due presidenti: «Sarà fatta giustizia», promise George W. Bush pochi giorni l'attacco. «Giustizia è fatta» confermò Barack Obama, annunciando la fine della nemesi americana. C'è stata la triste fine delle missioni spaziali dello Shuttle. E la conferma, a sorpresa, del punto di riferimento americano come superpotenza con le primavere arabe.

Ma all'inizio di quest'anno si è stabilito, statistiche alla mano, che la Cina supererà l'America nel 2018 come prima potenza economica mondiale e il Fondo stima che questo possa avvenire già nel 2016. Tre anni fa si pensava che sarebbe successo nel 2030 o nel 2040. L'accelerazione è forte. Luci e ombre. Con le ombre in deciso vantaggio. Commentatori e politici si sono scatenati. I Tea Party boicottano l'esportazione dell''American Exceptionalism' proclamato sia da Bush che da Obama - l'ultima volta il 28 marzo scorso quando il presidente spiegò agli americani confusi il perché dell'operazione militare in Libia. Il commentatore Fareed Zakaria nel suo ultimo libro di successo parla di un 'mondo post-americano'. Un po' come faceva Paul Kennedy con il suo classico degli anni Ottanta, Caduta e ascesa delle Grandi potenze in cui pronosticava con un gruppo di accoliti il declino americano. Poi l'America vinse la Guerra Fredda ed entrò in uno straordinario circolo virtuoso per l'economia, cavalcando la rivoluzione portata da internet e la globalizzazione. L'istinto ci dice che anche questa volta il pessimismo è eccessivo. Il ruolo di leadership americana alla fine ‐ sia che si tratti di organizzare un G-20 o di guidare una missione in Libia ‐ resta indiscusso. Ma per quanto?

C'è da dire infatti che la dinamica di questa crisi di identità e di missione americana è molto diversa rispetto al passato. La polarizzazione è fortissima. L'economia è a pezzi. Gli estremisti dei Tea Party hanno scardinato il partito repubblicano. John Boehner, il presidente repubblicano della Camera, non è Newt Gingrich, estremista anche lui ma in pieno controllo delle sue matricole negli anni di Clinton. E Barack Obama, prudente e meticoloso, non è Bill Clinton. Il risultato è che si è perduta l'occasione di un 'grand bargain', di un grande accordo sul bilancio, che invece riuscì al terzetto Clinton/Gingrich/Greenspan.
Questo impasse della politica capita nel bel mezzo di un'altra ricorrenza fondamentale di questo 2011, il 150esimo anniversario della guerra di Secessione. La storica Amanda Foreman, che ha appena pubblicato un ponderoso volume sulla Guerra, A World in Fire, ci ha detto che tre lezioni di quella guerra non sono state ancora superate.

La prima è la differenza ideologica. Allora era fra Nord e Sud Oggi è fra Stato e mercato. Ma la linea di demarcazione corre grosso modo lungo gli stessi confini. La seconda riguarda il ricorso agli embarghi. Allora ci fu sul cotone. Oggi è contro l'Iran. Ma gli embarghi non funzionano e sono una perdita di tempo. La terza è l'indecisione. Ci furono troppe indecisioni attorno alla guerra di Secessione. Anche da parte della Gran Bretagna che non sapeva che pesci pigliare. Oggi le indecisioni sono imputate soprattutto alla Casa Bianca. Quelle che hanno disturbato di più in realtà riguardano Washington, le abbiamo viste in queste settimane con l'inutile minuetto politico attorno a una crisi - ora di bilancio ora di insolvenza, ma in realtà di crescita - il cui copione era già scritto ben prima della scadenza del 2 agosto per i limiti al tetto sul debito. L'accordo quadro era annunciato da un mese, anche su queste pagine. Poi ci fu l'apertura del senatore repubblicano Mitch McConnell un paio di settimane fa che indicava il percorso per questo accordo quadro. Ma abbiamo lo stesso dovuto assistere all'indecoroso spettacolo di un muro contro muro fra le parti politiche fino a quando, chiusa la farsa di voti coreografati, non è passata, appunto, l'impostazione McConnell.

È questa crisi della politica che spaventa davvero. Da più parti, ad esempio sul Financial Times del 18 luglio a firma di Philip Stephens, si comincia a mettere in dubbio la solidità del modello delle democrazie liberali rispetto a quello dell'autoritarismo cinese. Segnali pericolosissimi. Che trovano un contrappunto nell'altro vero problema serio, quella mancanza di crescita non solo dell'America, ma dell'Occidente (la crescita tedesca è drogata dalla competitività relativa dell'euro per i prodotti tedeschi).

Qual è la ricetta? L'America non l'ha ancora trovata. Per questo è sperduta in questo 2011 di ricorrenze ed eventi simbolici di un cambiamento epocale. Si confronta male con i postumi irrisolti della crisi del 2007/2009 che quest'anno è sfociata nel fallimento del piano di rilancio dell'economia. Gli stimoli non sono serviti, i disoccupati restano fra i 15 e i 18 milioni a seconda delle stime. Quelli ufficiali al 9,2 per cento. Il declino - attenzione - relativo, non assoluto, non piace. Ieri abbiamo appreso che per la prima volta 45,8 milioni di americani hanno chiesto i buoni pasto, un record che significa povertà dilagante. La sperequazione fra le classi sociali è alle stelle. Di questo, del modello americano, si dibatterà molto in campagna elettorale, da qui al novembre 2012. Di certo, in questo 2011 denso di simbolismi, il colpo di reni degli Stati Uniti sembra molto più difficile. Ma prima o poi arriverà. Perché alla fine l'America è capace, con il suo sistema di intensi appuntamenti politici, di accelerare i cambiamenti. E perché alternative all'"eccezionalismo" americano per ora non se ne vedono.

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