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Questo articolo è stato pubblicato il 17 ottobre 2011 alle ore 08:22.

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Nella settimana della crisi sfiorata c'è stata una bocciatura per il Governo che è passata quasi inosservata. Ma che rischia di pesare non poco sulla sua prossima navigazione. È quella che la Corte dei conti ha espresso sulla delega fiscale varata dal ministro Giulio Tremonti a luglio. Per il presidente dei magistrati contabili, Luigi Giampaolino, la riforma non ha di fatto più copertura, perché parte delle entrate sono state usate dal decreto di agosto. Il riferimento va all'aumento dell'Iva e all'aliquota unica sulle rendite finanziarie, ma anche agli oltre 20 miliardi nel triennio che devono contribuire al pareggio di bilancio.

Sentiamo Giampaolino: «Oltre a largamente affidarsi a mezzi incerti, limitati e talora superati dagli eventi, la copertura del Ddl risulta intaccata e messa in forse dalla concorrenza che si è venuta a determinare tra due obiettivi: quella della riforma tributaria e quello della messa in sicurezza dei conti pubblici con riferimento alle risorse attese dal riordino della tassazione delle attività finanziarie e dalla parziale revisione delle aliquote Iva. Dimensioni ben più consistenti - ha ammonito il capo dei magistrati contabili - raggiungerà lo spiazzamento che si produrrà per quanto riguarda le risorse attese dalla revisione delle agevolazioni fiscali».

Su queste ultime, in particolare, la manovra prevede un gettito di 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014. E se la delega, con i suoi decreti attuativi, non dovesse essere approvata entro il prossimo autunno, scatterebbe un taglio lineare alle agevolazioni fiscali del 5%. Con ulteriore effetto depressivo per l'economia.

Tutto questo significa che uno dei provvedimenti cardine di questo fine legislatura è di fatto già ferito, forse a morte, dalle necessità di copertura della manovra estiva per il pareggio di bilancio. Che la delega fiscale potesse produrre un alleggerimento della pressione fiscale era un miraggio già svanito nel deserto della crisi dei debiti sovrani. Ma il giudizio della Corte dei conti certifica anche un'altra verità: il riordino fiscale produrrà un aggravio fiscale per i contribuenti. E ogni misura di alleggerimento/razionalizzazione, come l'annunciata riduzione del l'Irap, dovrà fare i conti con questa realtà di una copertura in larga parte "scippata" dalla manovra estiva.

Non è un caso, allora, se la maggioranza in Parlamento se la sta prendendo molto comoda nella approvazione del Ddl delega. Il provvedimento è arrivato alla Camera, ora è oggetto delle audizioni, senza che si intravedano accelerazioni. Così l'approvazione nei tempi previsti - e tali da non fa scattare il taglio orizzontale sulle agevolazioni - appare a rischio. Tanto più che il sentimento della maggioranza, su un provvedimento voluto e sentito come proprio dal ministro Tremonti, è tutt'altro che di entusiasmo.

La fiducia incassata venerdì scorso, del resto, non è certamente il segno di una ritrovata unità all'interno delle forze di governo. È nel concreto operare delle prossime settimane che si misurerà la reale capacità della maggioranza di andare avanti. Uno dei test sarà proprio la delega fiscale. Ma non pesano meno il decreto sviluppo e la nomina del successore di Draghi alla Banca d'Italia (ma anche i provvedimenti sulla giustizia, come quello sulle intercettazioni). Su entrambi i temi, come ha ammesso lo stesso Berlusconi dinanzi al capo dello Stato, restano «difficoltà» significative nella maggioranza.

Sul decreto è ancora un problema di risorse quello da affrontare, con il ministro del l'Economia che lo vuole a costo zero, e tutto il Pdl che invoca invece misure più incisive (senza peraltro indicarne minimamente la copertura). Sulla successione di Draghi, invece, pesa proprio tutta l'esaurita capacità di coesione del Governo, con una contrapposizione sui candidati (entrambi autorevoli) di cui si fatica a capire gli elementi di merito.

Il capo dello Stato lo ha detto con chiarezza: la maggioranza dimostri ora di poter governare e di saper adottare i provvedimenti di cui l'economia del Paese ha bisogno. Tocca quindi al Governo. Ma questa dimostrazione dovrà necessariamente passare per provvedimenti impopolari. Perché senza un intervento sull'età pensionabile o sulla ricchezza improduttiva non ci saranno mai le risorse utili a finanziare la crescita. Basterà a questo scopo la risicata maggioranza strappata sul filo venerdì scorso?

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