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Questo articolo è stato pubblicato il 10 dicembre 2011 alle ore 16:05.

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A margine del vertice europeo di ieri a Bruxelles, ovviamente incentrato sul tentativo di trovare un accordo sull'unione di bilancio, i Ventisette si sono occupati anche delle procedure di allargamento dell'Ue, che al momento riguardano soprattutto alcuni paesi balcanici nati dalla dissoluzione della Jugoslavia. È un tema delicato. Come ha scritto mercoledì sul Wall Street Journal l'ex direttore generale per l'Allargamento presso la Commissione europea Michael Leigh, "la miscela esplosiva (balcanica, ndr.) è stata tenuta sotto controllo soprattutto grazie all'ambizione, comune a tutta la regione, di entrare a far parte dell'Unione europea. La maggior parte delle persone nei Balcani continua a vedere l'adesione all'Ue come un percorso di salvezza per i rispettivi Stati".

Ieri a Bruxelles il palcoscenico principale è stato conquistato soltanto dalla Croazia che ha firmato il trattato di adesione all'Unione europea. Dopo il necessario percorso di ratifica, che passerà anche da un referendum tra i cittadini croati in cui si prevede una comoda vittoria del "sì" all'ingresso come ventottesimo Stato del club europeo, Zagabria dovrebbe entrare a far parte a pieno titolo dell'Ue nel luglio del 2003. Per la premier croata Jadranka Kosor la firma di ieri sul trattato è stato un atto dolceamaro: dolce perché il suo paese ha a lungo perseguito l'obiettivo di un ingresso nell'Unione; amaro perché domenica scorsa il partito della Kosor, l'Hdz di centrodestra, ha subito una prevista ma comunque inaudita sconfitta elettorale nelle elezioni politiche, che hanno premiato con la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento la Kukuriku Koalicija, la "Coalizione Chicchirichì" formata da quattro partiti di centrosinistra. Il leader dell'alleanza Kukuriku, Zoran Milanovic, sarà con ogni probabilità il prossimo primo ministro croato.

Sempre ieri il Montenegro ha invece ricevuto soltanto un premio di consolazione. Il Consiglio europeo, nel suo documento conclusivo, si è detto "compiaciuto" per i progressi compiuti da Podgorica. Ma ha indicato il giugno del 2012 come data soltanto ipotetica (e soggetta ai risultati di un ulteriore rapporto di valutazione che dovrà essere sottoposto alla Commissione) per l'apertura dei negoziati di adesione del Montenegro all'Ue. Nel percorso di avvicinamento del piccolo Stato balcanico ai Ventisette in procinto di diventare Ventotto non c'è stata l'accelerazione che si auspicava a Podgorica, che già da anni, pur non facendo parte né dell'Ue né dell'Eurozona, ha adottato l'euro come propria valuta. Alla dilatazione dei tempi nel percorso europeo del Montenegro non è estranea la Francia che è molto prudente nei confronti delle prospettive di allargamento dell'Ue e che, in virtù dei suoi buoni rapporti con la Serbia, non sembra incline a "premiare" il Montenegro finché Belgrado non avanzerà nella sua difficile strada verso l'Europa.

Proprio la Serbia è il paese che ieri ha visto maggiormente frustrate le proprie speranze. Nel documento finale del Consiglio europeo, che "rileva considerevoli progressi" e si "compiace del fatto che la Serbia abbia ripreso il dialogo Belgrado-Pristina", ai numerosi attestati di stima segue la brutta notizia per lo Stato balcanico a cui è per ora negato lo status di paese candidato. L'Ue ha rimandato la Serbia a febbraio dell'anno prossimo, mese in cui, previa un ulteriore verifica dei rapporti con il Kosovo, Belgrado potrebbe conseguire il sospirato status di candidata che dovrebbe poi comunque passare per l'approvazione da parte del Consiglio europeo nel marzo 2012.

La decisione attendista di ieri – giunta nonostante la cattura e la consegna al Tribunale dell'Aia dei latitanti più ricercati Radovan Karadzic, Ratko Mladic e Goran Hadzic – ha messo in difficoltà il presidente serbo, l'ultraeuropeista Boris Tadic, e ha provocato le dimissioni del vicepremier con delega all'Integrazione nell'Ue, Bozidar Djelic. Ieri Tadic ha commentato così la decisione dell'Ue: "Benché l'Europa abbia un problema con l'allargamento, la Serbia appartiene all'Europa, culturalmente ed economicamente, così come nel campo della politica, della sicurezza e sotto ogni altro aspetto". Ma Tadic non ha nascosto il suo disappunto definendo la frenata dell'Ue come "vento nelle vele" dei partiti dell'opposizione antieuropeista, che guardano a Mosca e coltivano il nazionalismo isolazionista serbo. La delusione europea patita dal governo di Belgrado può rivelarsi un ingrediente delicato in vista delle elezioni del prossimo maggio per il rinnovo del Parlamento.

Certo non ha giovato alle credenziali di Belgrado la situazione in Kosovo, la cui indipendenza non è riconosciuta né da Belgrado né da quegli Stati dell'Ue che, come ad esempio la Spagna, temono disgregazioni del proprio territorio nazionale. Il clima in Kosovo rimane teso, specie nelle sue propaggini settentrionali, che hanno una popolazione a maggioranza serba. Ancora alla fine di novembre si sono registrati scontri nei pressi della frontiera tra soldati della Nato e civili di etnia serba che, non avendo digerito il distacco del Kosovo dalla Serbia che considerano la loro madrepatria, rifiutano la presenza di guardie confinarie dipendenti dal governo di Pristina e hanno costruito barricate. Negli scontri sono rimasti feriti alcuni soldati tedeschi della Kfor, il contingente Nato dislocato nel paese. Questo non ha certo contribuito a smussare le già note perplessità di Berlino su un più rapido avvicinamento della Serbia all'Ue.

Intanto la Slovenia, che è l'unico paese della ex Jugoslavia a far parte dell'Ue (e dell'Eurozona), nelle elezioni politiche di domenica scorsa ha visto i sondaggi rispettati soltanto a metà. Il Partito socialdemocratico del premier uscente Borut Pahor, come previsto, è uscito con le ossa rotte dalle urne. Eppure il vincitore annunciato, il leader del centrodestra Janez Jansa, non ha avuto la meglio, e il suo partito è stato superato da Slovenia Positiva, formazione di centrosinistra guidata dal sindaco di Lubiana Zoran Jankovic, che ora tenterà di formare un governo di coalizione. Con la vittoria di Jankovic, la Slovenia ha compiuto un passo che la distanzia ulteriormente dal contesto balcanico che, a seguito della sanguinosa stagione degli anni Novanta, ha ancora le appartenenze etniche come linee di faglia. Jankovic, che ha un passato da businessman come capo del colosso balcanico del commercio al dettaglio Mercator, è infatti di padre serbo e in Serbia è nato e cresciuto, al punto da parlare lo sloveno con una pronuncia che fa storcere il naso ai puristi della lingua nazionale.

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