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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2012 alle ore 07:48.

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Umberto e Renzo Bossi (Ansa)Umberto e Renzo Bossi (Ansa)

di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi
MILANO - Cene, viaggi, soggiorni e alberghi pagati ai figli di Umberto Bossi, alla moglie Manuela Marrone e all'ex vicepresidente del Senato, Rosy Mauro. Altri soldi utilizzati per ristrutturare la villa del leader del Carroccio a Gemonio e altri ancora per pagare la campagna elettorale di Renzo Bossi alle regionali del 2010. Le casse della Lega Nord - secondo i magistrati - erano un bancomat di famiglia, con la particolarità che i soldi prelevati dall'ex tesoriere Francesco Belsito provenivano dai finanziamenti pubblici del quattro per mille dell'Irpef e dei rimborsi elettorali.

È un terremoto giudiziario quello che si è abbattuto sul partito di Bossi ieri mattina, quando i carabinieri del Nucleo operativo ecologico e gli uomini della Guardia di finanza hanno perquisito la sede nazionale della Lega Nord, in via Bellerio a Milano. La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e le procure di Napoli e Milano hanno iscritto Belsito (che si è dimesso ieri sera dall'incarico di tesoriere) nel registro degli indagati con l'accusa di appropriazione indebita aggravata, truffa ai danni dello Stato e riciclaggio.

Con lui sono indagati alcuni imprenditori e professionisti, le cui abitazioni sono state perquisite in diverse città contemporaneamente alla sede della Lega Nord e del Sinpa, il sindacato padano. Dalle inchieste emerge anche l'ombra della cosca di 'ndrangheta De Stefano, la più forte in Calabria e Lombardia. Secondo i pm milanesi Alfredo Robledo, Roberto Pellicano e Paolo Filippini, la gestione di tesoreria della Lega Nord «è avvenuta nella più completa opacità fin dal 2004» e Belsito «ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato ed ha effettuato pagamenti e impieghi anch'essi non contabilizzati o contabilizzati in modo non veritiero».

Tra i versamenti - scrivono i pm nel decreto di perquisizione - risaltano «i 'costi della famiglia'», cioè «gli esborsi effettuati per esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord», oltre alle operazioni legate agli investimenti in Tanzania e Cipro. La procura di Milano indaga ora ad ampio raggio su tutte le uscite finanziarie della Lega Nord.

Tra Belsito e la 'ndrangheta, secondo la (finora) parziale ricostruzione di investigatori e inquirenti potrebbe esserci il genovese Romolo Girardelli. Per la procura di Reggio Calabria, che lo scrive espressamente, è il procacciatore di grandi affari a favore dell'imprenditore Stefano Bonet, di Francesco Belsito e dell'avvocato Bruno Mafrici di Melito Porto Salvo (RC) ma milanese di adozione. Con loro Girardelli - scrivono i pm - è legato anche da compartecipazioni societarie e rapporti di natura professionale. Girardelli, detto l''ammiraglio', non è un personaggio qualsiasi. Per la procura è l'uomo che ha rapporti (come emerse già nel 2002) con gli uomini di vertice della cosca De Stefano.

Secondo l'accusa Girardelli avrebbe compiuto, in associazione con gli altri indagati, sofisticate operazioni bancarie di esterovestizione e filtrazione in modo da ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa delle risorse. E questa operazione - che potrebbe profilarsi secondo l'ipotesi accusatoria come attività di riciclaggio - sarebbe stata compiuta, dal solo Girardelli, proprio per agevolare la cosca De Stefano.

Sulla base delle investigazioni la procura di Reggio Calabria si convince del ruolo fondamentale di Girardelli e così il 9 settembre 2011 mette il suo cellulare sotto controllo. Di lì a poco, giunge a una conclusione: «Girardelli va considerato espressione di Francesco Belsito: attraverso il figlio Alex Girardelli l'ammiraglio è socio di Belsito». Un'intercettazione del 23 dicembre 2011, quando Belsito era sottosegretario, toglie alla procura ogni dubbio: i due litigano furiosamente al telefono e si insultano. A un certo punto però Girardelli esterna la sua rabbia «per il comportamento tenuto da Belsito in questi dieci anni di collaborazione».

Molto sembra ruotare intorno a Girardelli. Il gip di Reggio Calabria Francesco Petrone nel decreto di sequestro scrive che «basta attenzionare quanto emerge dalla conversazione captata il 29 agosto 2011 tra Bruno Mafrici e Francesco Belsito per capirne il peso, allorquando i due si lamentano della prepotenza nella gestione degli affari da parte del Girardelli, che pretende il 50% e che da questa somma lo stesso non paga nulla mentre il Belsito è costretto a pagare le tasse (emissione di fatture per schermare le operazioni)».

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