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Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2012 alle ore 07:01.
L'ultima modifica è del 05 giugno 2012 alle ore 07:22.

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Si può pensare quel che si vuole dell'uscita del responsabile economico del Pd, favorevole alle elezioni anticipate in autunno, ma c'è qualcosa difficile da credere: che Fassina abbia avuto una solitaria alzata d'ingegno, che la sua sia la voce di un isolato nel Pd. Se fosse così avrebbe ragione Marco Follini a chiedere che Bersani lo dimetta.

Ma non accadrà, ovviamente, e per diverse ragioni. La posizione di Fassina è esoterica, nel senso che rappresenta una linea sotterranea, opposta a quella seguita in via ufficiale dal Partito Democratico (sostegno a Monti, pur con parecchi distinguo, ed elezioni nel 2013). Una linea senza apparente diritto di cittadinanza, ma che pure rappresenta uno stato d'animo assai diffuso nella base del partito.

Oggi le tesi di Fassina costituiscono appena un segnale, domani – a certe condizioni – potrebbero diventare una via d'uscita per tutto il Pd. Una via d'uscita a sinistra, s'intende. Non è un caso che i più entusiasti dell'idea di correre alle elezioni autunnali siano i semi-alleati Vendola e Di Pietro. Perché è chiaro che accelerare vuol dire votare con l'attuale legge, il "Porcellum", e conseguente premio di maggioranza. Vuol dire rinsaldare il patto a tre, senza slittamenti al centro: proprio quello che desiderano il Sel e l'Italia dei Valori.

Con nessun altro modello elettorale, tanto meno con il doppio turno francese, Vendola e Di Pietro potrebbero essere rappresentati in Parlamento (ed essere influenti) come con il "Porcellum". E infatti Fassina non crede alla riforma. O meglio, dice: facciamola in fretta, se è possibile, e poi andiamo al voto; oppure, se non si riesce a farla, andiamo lo stesso alle urne perché non si può restare a bagnomaria ancora otto mesi.

Altro punto da considerare. Con le elezioni in autunno, non si farebbero le primarie del Pd per scegliere il candidato premier. La strada di Bersani sarebbe spianata. E poiché Fassina è amico del segretario, è plausibile che questa considerazione non sia estranea alla sua uscita di ieri. In altri termini, ci sono alcuni giochi politici all'interno del Pd, in relazione alla leadership, che il voto anticipato renderebbe nulli. Al contrario, con le urne nel 2013 tali giochi potrebbero svilupparsi fino a cambiare qualcosa negli assetti attuali.

Sta di fatto che le parole del dirigente democratico hanno incontrato l'immediato interesse di tutti coloro che a destra, nel Pdl ma anche nella Lega, ritengono giunto il momento di negare l'appoggio a Monti. È una singolare convergenza, ma non è la prima volta che la politica produce questi paradossi. Tanto più che gli screzi sull'attività di governo diventano via via più numerosi. E trasversali. C'è chi chiede di rinviare la ratifica del «fiscal compact». Chi protesta per i provvedimenti sulla scuola (il Pd). Chi chiede misure contro la recessione «entro venti giorni» (Bersani pochi giorni fa).

Non c'è dubbio: quella di Fassina – peraltro ribadita davanti ai microfoni di Sky – non è la linea ufficiale del Pd; ma i partiti, dal Pdl al Pd, stanno prendendo posizione in vista della campagna elettorale. Resta da stabilire se si tratterà di una campagna breve o lunga. D'altro canto, gli argomenti di chi sostiene Monti – al Quirinale come in Parlamento – sono tutt'altro che irrilevanti. Oggi il governo italiano è impegnato in una cruciale partita in Europa che ha per posta l'avvio di politiche più integrate. Tagliare le gambe al premier sarebbe un grave danno all'interesse nazionale. Ecco perché alla fine la posizione di Fassina potrebbe restare esoterica e sotterranea. Tuttavia è servita a scuotere l'albero, mentre in tanti aspettano la tempesta.

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