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Questo articolo è stato pubblicato il 04 settembre 2012 alle ore 07:50.

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Non è una notizia se qualcuno attacca frontalmente Basilea e la strategia della regolamentazione finanziaria. Lo diventa, se le critiche vengono da uno dei più qualificati responsabili della vigilanza, nel convegno di Jackson Hole, di fronte ai banchieri centrali di mezzo mondo. Giornalisticamente parlando, è molto più del padrone che azzanna il cane. Andrew Haldane, responsabile della vigilanza della Bank of England, ha letteralmente sparato a palle incatenate, perché ha fatto risalire i difetti intrinseci di Basilea alla filosofia generale della regolamentazione che non è affatto cambiata dopo la crisi.

L'alluvione di nuove regole degli ultimi anni rischia di non risolvere alla radice il problema di rendere più stabili i singoli intermediari finanziari e il sistema nel suo complesso.
Partendo da un solido impianto teorico, che si rifà alla distinzione fra rischio (misurabile) e incertezza richiamata da Keynes fin nei suoi primi scritti, l'alto funzionario britannico dimostra come il sistema finanziario globale sia diventato sempre più complesso e basato su strumenti di misurazione dei rischi molto sofisticati, ma intrinsecamente fragili. Il clamoroso fallimento dei modelli di valutazione dei titoli strutturati è la prova provata che si estrapolavano rischi futuri da una base statistica gravemente inadeguata.
Il problema è che il regolatore si è illuso di poter inseguire la crescente complessità del mondo finanziario con regole sempre più complesse. Purtroppo, non è questa la strategia vincente. Intercettare le crisi è come prendere al volo un frisbee: potete affidare il compito ad un fisico che modelli la traiettoria ottimale o potete affidarvi ad un buon cane da riporto. L'esperienza insegna che la scelta più efficace è la seconda, cioè la più semplice (infatti il paper è intitolato "Il cane e il frisbee").

Gli accordi di Basilea sono nati trent'anni fa con una regola volutamente semplice, anzi tagliata con l'accetta, ma nel tentativo di renderla sempre più aderente alla realtà e di consentire alle banche di utilizzare i propri modelli interni (nell'ipotesi che il mercato sia sempre efficiente e dunque valuti i rischi meglio dei regolatori), ci si è infilati in una spirale di complicazioni che non assicura affatto una maggiore efficienza. Non solo perché aumenta la complessità dei testi (per le tre versioni di Basilea si passa da 30 a 347 a 616 pagine), non solo perché aumenta la probabilità che si utilizzino modelli tanto sofisticati quanto fragili, quanto perché non si rende affatto il sistema bancario più robusto.
Qui la critica di Haldane è spietata. Egli sostiene infatti che la sofisticazione di Basilea ha di fatto aumentato l'opacità: perché i metodi di ponderazione dei rischi e di definizione del capitale sono troppo eterogenei, applicati dai regolatori nazionali con criteri troppo diversi per consentire al mercato di distinguere fra le banche solide e quelle fragile. La regola semplice (un limite all'indebitamento complessivo, cioè fra totale dell'attivo e capitale "vero") è stata introdotta solo da Basilea 3, entrerà in vigore gradualmente ed è ancora insufficiente, perché un leverage pari a 33 volte è ancora gravemente inadeguato. Insomma, non solo il capitale delle banche è disciplinato in modo intrinsecamente sbagliato, ma è ancora del tutto insufficiente. Togliamoci dalla testa, è l'inevitabile conclusione, che avendo aggiunto un terzo piano alla torre di Basilea abbiamo reso l'edificio più robusto. Aumenta solo la confusione, conclude l'autore giocando sull'assonanza Basel-Babel. Un'ampia analisi statistica dimostra che la crisi finanziaria avrebbe potuto essere fronteggiata assai meglio con poche regole chiare.

Di qui la ricetta: «È tempo di ripensare l'architettura di Basilea» e per farlo bisogna «farla semplice», cioè «make it simple». Lo stesso slogan usato in vari studi pubblicati dal think-tank europeo Ceps e promossi da Stefano Micossi.
Ma l'involuzione di Basilea non è che l'applicazione al capitale bancario di un'autentica bulimia che sembra animare i legislatori mondiali, nell'ansia di tamponare le falle aperte dalla crisi finanziaria e di mettersi a posto la coscienza di fronte agli elettori inferociti. Il testo legislativo americano (Dodd-Frank Act) occupa quasi mille pagine, ma comporta regolamenti delle varie autorità che alla fine porteranno il totale a 30mila. Un'altra torre di Babele che aggiungerà complessità e opacità, al contrario di quanto aveva fatto il vecchio Glass-Steagall Act che imponeva divieti chiari e infatti occupava solo 37 pagine.
Insomma, il paper di Haldane è l'equivalente del grido liberatorio di Fantozzi sulla corazzata Potemkin e mette in discussione l'intero impianto della regolamentazione finanziaria, e non solo di quella di ieri, ma anche quella di domani.

Il problema vero è quale seguito avranno critiche tanto severe quanto fondate sul piano teorico ed empirico. Chi avrà il coraggio di ripensare dalle fondamenta un impianto regolatorio che aggiunge ulteriori dosi di complessità, ma rischia di non tutelarci contro un'instabilità finanziaria ormai endemica? È molto probabile che la voce di Haldane rimanga isolata nel mondo dei controllori (e degli stessi soggetti controllati): sono gli utenti dei servizi finanziari, a cominciare dalle imprese, che devono far sentire la loro voce ovviamente per il tramite di una politica che non vada sempre al traino dei regolatori e che sia capace di imporre una visione nell'interesse generale, come accadde su entrambe le sponde dell'Atlantico negli anni Trenta. Come allora, occorrono poche regole, ma basate su idee chiare. Altri tempi, altra finanza, ma anche altri politici.

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