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Questo articolo è stato pubblicato il 03 giugno 2013 alle ore 07:30.

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L'aumento degli oneri fiscali e parafiscali spiazza i risparmi registrati sulla componente energia. Un'anomalia tutta italiana, visto che negli ultimi due anni le nostre micro e piccole imprese sono le uniche, nel confronto con i maggiori partner europei, ad aver registrato una moderata riduzione dei costi dell'energia al netto degli oneri, ma che alla fine si sono ritrovate a pagare una bolletta comunque più elevata.

Le ultime rilevazioni della Camera di commercio di Milano fanno emergere un fattore positivo per le micro e piccole imprese: i prezzi dell'energia praticati sul mercato libero hanno intrapreso un trend discendente che con buone probabilità proseguirà anche nei prossimi mesi. Tuttavia, le buone notizie si fermano qui, perché l'aumento degli oneri parafiscali spiazza i risparmi registrati sulla componente energia. Un'anomalia tutta italiana, visto che negli ultimi due anni le nostre micro e piccole imprese (con consumi fino a 500 mila kWh/anno) sono le uniche, nel confronto con i maggiori partner europei, ad aver registrato una moderata riduzione dei costi dell'energia al netto degli oneri fiscali e parafiscali, ma che alla fine si sono ritrovate a pagare una bolletta comunque più alta.

Questa evoluzione va letta alla luce della struttura regressiva che caratterizza il carico fiscale e parafiscale sui consumi di energia, spesso criticato perché discriminante nei confronti delle piccole e medie imprese energivore e munifica con le grandi imprese non energivore: in altre parole, il sistema attuale premia l'elevato consumo indipendentemente dal peso della bolletta energetica sui costi aziendali e penalizza quelle realtà impegnate in processi a elevata intensità energetica (industrie della metallurgia, chimica, cartaria eccetera), ma con consumi tali da non raggiungere le soglie di esenzione previste: sono imprese, queste ultime, che più di altri soffrono della concorrenza internazionale.
È all'interno di questo contesto che si inserisce la riforma della fiscalità energetica nel nostro Paese, ancora in discussione, in applicazione di una direttiva europea del lontano 2003 e ancora non recepita dal nostro ordinamento. Uno degli ultimi provvedimenti del Governo Monti è stato un atto di indirizzo del ministero dello Sviluppo economico che ha indicato un percorso di rideterminazione dei soli oneri parafiscali in favore delle attività produttive ad alta intensità energetica.

I nuovi criteri, oltre a essere imperniati sull'incidenza del costo dell'energia elettrica rispetto al fatturato, almeno il 2%, pongono come condizione necessaria per beneficiare delle agevolazioni un livello minimo di consumo annuo piuttosto elevato, almeno 2,4 milioni di kWh: questi vincoli, se da una parte ampliano la platea dei beneficiari rispetto all'attuale regime, dall'altra escludono a priori tutte quelle attività allacciate alla bassa tensione caratterizzate da un'intensità energetica comunque elevata.
La palla ora passa all'Autorità per l'energia elettrica e il gas, chiamata a dare attuazione effettiva agli indirizzi del Mise. Se adottata senza modifiche, la riforma comporterebbe un costo stimato di circa 600 milioni di euro da ridistribuire sulle utenze escluse dal beneficio. È un costo non indifferente, in quanto rimodula una quota del 5% circa del gettito totale degli oneri parafiscali (stimati intorno ai 12 miliardi di euro per l'anno in corso): una maggiore selettività e gradualità potrebbe rendere meno indolore il conto per famiglie e micro imprese nella pesante recessione economica.
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