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Questo articolo è stato pubblicato il 10 settembre 2013 alle ore 07:40.

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Silvio Berlusconi si sta avviando, un passo dopo l'altro, verso la decadenza dal mandato parlamentare. Nella Giunta del Senato i suoi uomini possono guadagnare tempo (nemmeno tanto) con qualche astuzia procedurale, ma la strategia di fondo sembra fallita salvo improbabili colpi di scena dell'ultim'ora. Era la strategia che puntava a un rinvio corposo e politicamente denso.

Il rinvio che avrebbe introdotto una serie di dubbi sui profili della legge Severino: dalla retroattività al rispetto dei diritti dell'imputato fino alla congruenza delle norme con la legislazione europea.
A questo servivano le pregiudiziali circa il ricorso alla Corte di Strasburgo, a quella di Lussemburgo e persino il tentativo di rimettere la patata bollente nelle mani della Consulta. Accettare una o due di queste pregiudiziali voleva dire per la Giunta riaprire il caso. Quanto meno accogliere il punto di vista della difesa e ammettere che forse, chissà, qualcosa non va nella legge Severino, peraltro votata mesi fa senza battere ciglio dagli stessi parlamentari del centrodestra che ora la contestano in modo veemente. In teoria l'operazione del Pdl è ancora in corso, dal momento che la commissione voterà solo oggi, dopo la relazione del sen. Augello. Sulla carta le pregiudiziali volute dal Pdl potrebbero essere votate e lo scenario così cambierebbe segno. Ma non sarà così. I numeri sono contro Berlusconi e la maggioranza che sostiene il governo si è spaccata. In termini politici questa vicenda dimostra che nella Giunta il Pdl è finito in minoranza. E con esso Berlusconi.

Avremo un altro relatore, visto che Augello era figlio della "larga intesa" andata in pezzi. Chi prenderà il suo posto spingerà, sull'asse Pd-Sel-Cinque Stelle, per la decadenza del condannato. Ci vorrà un po' di tempo, s'intende, perché occorre studiare di nuovo le carte e preparare un'altra relazione. Ma si tratta, appunto, di un fatto procedurale. Qualche settimana al più e senza il significato politico che avrebbe avuto il ricorso alle corti europee o alla Consulta.
Tutto questo non è strano. Si sapeva che il muro contro muro avrebbe portato a questi esiti. Ma il centrosinistra poteva agire in modo diverso senza suicidarsi sul piano politico? A destra si tende a ricondurre le mosse del Pd a una logica pre-congressuale e alla volontà di saldare i conti con il nemico di sempre. Ci sarà anche questa considerazione, ma soprattutto pesa la necessità di non regalare altro spazio ai "grillini". Soprattutto se, come i berlusconiani non cessano di ribadire, si andrà in fretta alle elezioni.
In realtà la partita politica è ancora aperta. Berlusconi sta perdendo la sua battaglia nella Giunta e dovrà rassegnarsi alla decadenza. Ma è ancora in tempo per tenere a bada la tentazione distruttiva di rovesciare tutte le contraddizioni sul governo Letta.

Sarebbe più utile per lui e per il paese una scelta diversa, non destabilizzante. La scelta di inaugurare un modo originale di fare politica al di fuori del Parlamento. Mantenendo una sorta di leadership del centrodestra, con l'obiettivo prioritario di creare un gruppo dirigente capace di guardare al futuro sulla base di una salda e non strumentale vocazione governativa. Un gruppo dirigente e in prospettiva, è inevitabile, un nuovo capo: un personaggio in grado di parlare a quell'Italia moderata che per definizione non vuole avventure. E che in questi anni di traumi ne ha vissuti fin troppi.

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