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Questo articolo è stato pubblicato il 15 novembre 2013 alle ore 17:47.
L'ultima modifica è del 15 novembre 2013 alle ore 18:14.

Parlano i numeri, in questo caso: in 22 anni, dal 1991 ad oggi, ci sono state 82 inchieste sui disastri ambientali in Campania. Tolti i periodi di stop tecnico per il riposo estivo delle Procure, siamo alla media di 4 indagini all'anno: una ogni tre mesi. Un lavoro investigativo immenso che ha prodotto un totale di 915 misure cautelari (che possono andare dal carcere a forme meno afflittive come l'obbligo di firma) e 1806 persone denunciate all'autorità giudiziaria.
È una meritoria opera d'archivio quella che Legambiente ha realizzato in vista della manifestazione #fiumeinpiena contro la Terra dei fuochi che si terrà domani, a Napoli. Un evento che vedrà uniti, sotto la bandiera della difesa della salute dei cittadini, istituzioni, giovani, famiglie e mondo del volontariato e della chiesa.
A scrutare la mappa dell'ecomafie disegnata dall'Associazione, solo due regioni non avrebbero trasportato e sotterrato veleni: la Basilicata e la Valle d'Aosta. Tutte le altre, invece, in misura minore o maggiore, a seconda dei casi, si sarebbero macchiate di questo immondo traffico di pattume.
Addirittura, secondo il censimento di Legambiente, in almeno un caso rifiuti provenienti dalla Francia sarebbero stati intombati nelle campagne a cavallo tra le province di Napoli e Caserta. Le aziende coinvolte sono 443 (almeno quelle identificabili, ma il numero è certamente molto maggiore perché non considera quelle fuorilegge) la maggioranza delle quali con sede legale e operativa nel centro e nel nord Italia.
Nei vari processi che si sono tenuti in questi anni nelle aule di tribunale di Napoli, processi che solo in pochi casi hanno portato a condanne esemplari per gli autori degli scempi, è stato calcolato un volume di traffico pari a 410mila tir in movimento da e per la Campania.
Automezzi carichi di sostanze nocive che sono andate ad avvelenare i terreni e le acque. La stima dell'Associazione è di 10 milioni di tonnellate di rifiuti occultati nella regione. Rifiuti di ogni genere: melme oleose, pulper, fanghi dell'Acna (lo stabilimento chimico di Cengio in provincia di Savona, altamente inquinante chiuso nel 1999 dopo 117 anni di attività e una lunga battaglia contro l'inquinamento da parte di enti locali, abitanti e associazioni), rifiuti civili, rifiuti solidi, rifiuti liquidi speciali, rifiuti ospedalieri, oli esausti, Fluff, batterie, acidi, fanghi umidi palabili, ceneri da centrali Enel, percolati e fanghi liquidi, prodotti caseari, fanghi da concerie, fanghi industriali, rifiuti trattati e fanghi palabili, inerti da demolizioni, balle di stracci, rifiuti speciali urbani, idrocarburi pesanti, scorie alluminio, timbri, acque reflue industriali, acque reflue civili e così via all'infinito.
«Dai processi in corso sulle discariche dei veleni – hanno commentato i vertici nazionali e regionale di Legambiente – spuntano altri documenti tecnici al vaglio dei magistrati che allargano ancora lo spaccato dei rifiuti finiti in Campania: a Pianura (il quartiere napoletano che ospita un'enorme discarica, ndr), secondo queste relazioni, sono stati trovati ceneri dell'impianto Enel di Brindisi, fanghi fitopressanti di concerie di Chivasso, terre di filtrazione dell'Agip di Robassomero, polveri di amianto di Torino, cosmetici scaduti di Roma e Opera (Mi) e Bologna, morchie di verniciatura di Novara, Pordenone e Paraona (Pv), terre di bonifica inquinate da gasolio di Sannazzaro (Pv), terre di bonifica di Milano, fanghi di verniciatura e altri fanghi palabili di San Giuliano Milanese, scorie e ceneri di alluminio delle fonderie Riva di Parabbiago (Mi), fanghi di depurazione dell'ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (To), scarti di collante acrilico e altri residui di mescolatore di Cuzzano Premosello (No)».
Insomma, la lista è lunga. E in continuo aggiornamento come si vede dagli esiti dell'ultimissimo processo della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che ha portato mercoledì scorso alla condanna a vent'anni di carcere del boss dei Casalesi Francesco Bidognetti per aver contaminato la falda acquifera sottostante la maxi-discarica ex Resit, nel Comune di Giugliano, in Campania. Il «cuore» della Terra dei fuochi. Secondo le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone, Bidognetti e Francesco Schiavone «Sandokan» sarebbero stati i primi a intuire le potenzialità economiche di questo nuovo «affaire» accordandosi con imprenditori e faccendieri per utilizzare le campagne di Caserta come una gigantesca pattumiera.
«Per fermare le illegalità e l'ecomafia è necessario dare risposte efficaci, troppo a lunghe rimandate, che richiedono uno sforzo congiunto di tutti – hanno sottolineato ancora gli esponenti dell'Associazione ambientalista –. Vanno in questo senso le proposte elaborate insieme da Legambiente, Libera e Fiom». Ovvero: «Rendere pubblica e aggiornare l'attività di mappatura e censimento dei siti contaminati; avviare una sistematica e puntuale attività di campionamento e analisi dei prodotti ortofrutticoli e alimentari; reperire risorse e predisporre strumenti certi ed efficaci per la messa in sicurezza e la bonifica delle aree inquinate; individuare un piano sanitario pubblico specifico per le zone colpite dagli sversamenti e dichiarate ad alto rischio di tumori, anche al fine di informare la popolazione su precauzioni da osservare».
L'idea alla base è «sostenere una rete di aziende e soggetti pubblici che promuovano e difendano la Campania pulita, predisponendo un piano di riconversione delle aree contaminate basato sulle tecniche no food e sulla fitoremediation e introducendo nel codice penale i delitti contro l'ambiente» oltre a quella di «istituire in Campania, a partire dalla Terra dei fuochi, un Osservatorio tecnico scientifico indipendente che accompagni questa lunga e difficile stagione di affermazione della legalità e di risanamento ambientale».
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