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Questo articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2014 alle ore 08:27.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 11:45.

Il capolavoro (in senso ironico) di complicazioni che sta portando milioni di noi al «venerdì nero» della casa ha molte ragioni, non tutte attribuibili alle scelte infelici compiute da Governo e Parlamento. A voler guardare indietro anche solo di una legislatura, potremmo ricordare che l'Imu, già alla sua nascita, nel dicembre 2011, si presentò come un'imposta bifronte, statale e comunale, e per versarla fu necessario compilare bollettini e deleghe distinguendo tra l'uno e l'altro esattore.

Sta di fatto, però, che alcuni dettagli (ancora in senso ironico) dell'imminente 24 gennaio sono comunque sorprendenti. Proviamo a metterli in fila.

Massimo sforzo, minimo gettito
È l'aspetto che più balza all'occhio e che, in prospettiva, più preoccupa. Cittadini e Comuni rifanno affannosamente i calcoli per la bellezza di un miliardo e 300 milioni di euro. Senza mancare di rispetto al danaro, per carità, ricordiamoci però che l'Imu totale arrivava a 24 miliardi, che l'Irap sta oltre la trentina di miliardi e l'Iva oltre i 100. Insomma, un importo come i 380 milioni della mini-Imu, se paragonato alle grandezze contabili abituali del Fisco, non dovrebbe davvero procurare così tanti grattacapi. Nemmeno ai contribuenti, visto che alcuni scopriranno - ma solo dopo aver concluso i calcoli – di stare sotto la soglia dei 12 euro di debito, oltre la quale il pagamento non sarebbe dovuto (ma è meglio controllare sul sito del Comune e quindi, oltre ai calcoli, servono ulteriori verifiche...). Molti altri, peraltro, verseranno qualche decina di euro. Ma se per così poco (in termini relativi) gettito siamo costretti a queste acrobazie, allora i vincoli di bilancio sono tanti e tali che non dobbiamo farci illusioni su possibili tagli alla pressione fiscale?

Un compromesso tira l'altro
Ripercorrendo le vicende dell'Imu e del prelievo sui rifiuti ci si accorge però che spesso, più che decidere, si sono preferite le soluzioni di compromesso. Le imposte sono "abbastanza" comunali ma lo Stato ne pretende delle quote; i sindaci hanno facoltà di scelta ma lo Stato detta i tempi o i "tetti" di prelievo (si pensi alla quota aggiuntiva della Tares, con la libertà di ricalcolo dei Comuni ma con il termine entro e non oltre venerdì prossimo); il gettito è per fini locali ma non del tutto.
Tutti questi passaggi erano proprio necessari? Davvero si dovevano trascinare le decisioni di trimestre in trimestre, esponendosi così ai prevedibili rischi di correzioni di rotta in sede parlamentare o governativa o amministrativa?

Un «sostituto» tira l'altro
C'è un'ultima, poco incoraggiante tendenza che il «venerdì nero» mette in luce. Si tratta della ricorrente tentazione di scaricare su altri l'onere della riscossione, trattenendo per sé l'onore del gettito. Succede da decenni con le imprese, succede con le banche, succede ora anche tra un ramo e l'altro dell'amministrazione, con lo Stato che impone ai Comuni: «Fate i conti voi, riscuotete voi, poi trasferite a me». Un atteggiamento che non suona come il massimo della trasparenza.

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