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Questo articolo è stato pubblicato il 09 aprile 2014 alle ore 07:30.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:06.

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Atene dovrebbe crescere quest'anno dello 0,6% e del 2,9% nel 2015 dopo sette anni di profonda recessione. Negli ultimi cinque anni di prestiti internazionali pari a 240 miliardi di euro legati, però, a una dura politica di austerità e rigore, il reddito nazionale si è ridotto del 24% (paragonabile solo al 30% del Pil statunitense perso durante la Grande Depressione del 1929-1932). In questa drammatica situazione i governi a guida Papadreou, Papademos e Samaras, hanno rimesso i conti in ordine ottendento un surplus primario di 2,3 miliardi nel 2013, partite correnti in attivo per la prima volta dal lontano 1946, prezzi in calo come sintono di recupero di competitività, riduzione di salari e pensioni del 25%.

Restava però il problema del gap fiscale da finanziare con tre opzioni sul tappeto: 1) un terzo bail-out da parte degli stati partner e Fmi; 2) usare parte del "bank buffer" del fondo per le banche HFSF per coprire i buchi di bilancio; 3) tornare sul mercato con un prestito obbligazionario. Alla fine, grazie al rinnovato interesse per i periferici, Atene ha scelto la via dell'emissione di un bond sindacato, della durata di cinque anni, per 3-4 miliardi di euro, e un rendimento al 5,5 per cento. Ma al di là delle questioni tecniche è il segnale politico di una svolta importante per un paese che fino a pochi mesi or sono era sull'orlo della bancarotta e dell'uscita della moneta unica. L'emissione del primo bond, dopo quattro anni, naturalmente non fa primavera, ma certamente l'inverno sembra essere alle spalle.

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