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Questo articolo è stato pubblicato il 14 maggio 2014 alle ore 07:15.
L'ultima modifica è del 14 maggio 2014 alle ore 08:00.

È una vera rivoluzione copernicana quella che sembra emergere dalla sentenza con la quale la Corte di giustizia ha definito la controversia fra Google e l'Agenzia spagnola per la protezione dei dati. Causa per la quale anche il Garante italiano aveva fornito elementi, poi posti alla base della costituzione in giudizio del nostro Governo a fianco degli spagnoli.

Una rivoluzione, che lascia ancora aperti diversi interrogativi sulla sua concreta implementazione, ma che certamente fa intravedere nuove frontiere per la tutela dei diritti delle persone sul web e, forse, nuovi spazi per la costruzione di un rapporto più egualitario fra i produttori di contenuti di siti web anche giornalistici e coloro che, come Google, ne facilitano il raggiungimento da parte degli utenti. Sullo sfondo, anche un'importante riacquisizione di sovranità da parte degli Stati europei e delle Autorità di protezione dati, di fronte ai quali sarà più difficile, per i giganti del web, invocare una sorta di immunità dalle regole.
Fino a oggi, questi grandi segugi della rete erano stati considerati sostanzialmente neutrali rispetto ai contenuti evidenziati nei risultati delle ricerche, facendo ricadere ogni responsabilità sui siti web da essi indicizzati e indirizzando verso questi ultimi le eventuali richieste di oscuramento provenienti dagli interessati. D'ora in poi, invece, potranno essere chiamati in causa direttamente anche gli stessi motori di ricerca, resi pienamente responsabili dei risultati da loro evidenziati.

Tutto questo, perché i motori di ricerca non sono macchine impersonali, mosse da algoritmi imparziali, e per questo autorizzate a raccogliere, classificare e pubblicare liberamente ogni contenuto presente sulla Rete. Sono, invece, soggetti che – analogamente ad esempio agli editori delle pagine web – devono farsi carico delle operazioni che compiono e delle conseguenze che possono comportare sulla vita delle persone.
È proprio la loro straordinaria capacità di scandagliare continuamente il web – trovando, organizzando ed aggregando le infinite informazioni presenti – a rendere preziosi i motori di ricerca per chiunque cerchi un'informazione sulla Rete. Ed è tale caratteristica a renderli, di fatto, la porta di accesso quasi esclusiva al web e, quindi, a dare loro la possibilità di costruire le proprie fortune economiche, grazie agli account sponsorizzati. Ma è questa stessa modalità di azione a poter mettere a rischio la vita privata delle persone, combinando e facendo emergere, per ciascuno, legami e associazioni con fatti e vicende che altrimenti resterebbero relegate in un angolo del web.

Ecco allora perché – dicono i giudici di Lussemburgo – i motori di ricerca vanno considerati come titolari autonomi del trattamento, devono quindi rispettare la normativa sulla protezione dei dati personali e rispondere alle richieste degli interessati. Da oggi, ciascuno potrà quindi rivolgersi direttamente ai gestori dei motori di ricerca per chiedere, se ve ne sono i presupposti, che il suo nome non compaia associato a determinate informazioni raccolte in Rete. E questo, in alcuni casi, potrà accadere anche indipendentemente dal fatto che le stesse informazioni siano effettivamente ancora reperibili online. Per i motori di ricerca e per tutti noi si apre, dunque, una nuova sfida verso il riconoscimento di una più piena e consapevole cittadinanza digitale.
(*) Segretario generale del Garante della privacy

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